martedì 15 agosto 2017

Anniversari e addii: Juan Goytisolo

Juan Goytisolo e Monique Lange

Juan Goytisolo, lo scrittore errante

Juan Goytisolo voleva essere seppellito in Marocco, il paese dove aveva scelto di risiedere (e dove possedeva una casa nella Medina di Marrakech, vicinissima alla piazza Jâmiʻ al-fanâʼ, che aveva contribuito a far dichiarare Patrimonio dell'Umanità), e si raccomandava che non riportassero il suo corpo a Barcellona, la sua città natale, per rinchiuderlo nella tomba di famiglia, una pretenziosa riproduzione in miniatura del Duomo di Milano, che per lui era il simbolo di "tutto l'orrore della classe borghese e sfruttatrice" rifiutata e combattuta sin da ragazzo. Desiderava, inoltre, che la sua sepoltura fosse estranea ai simboli di qualsiasi fede religiosa, ed è per questo che uno tra i più grandi e singolari scrittori spagnoli contemporanei, morto il quattro giugno, riposa ora a Larache, nel vecchio cimitero laico dove nel 1986 venne sepolto Jean Genet, che per lui era stato un punto di riferimento "più morale che letterario".

lunedì 14 agosto 2017

Da tradurre: Pablo Tusset

Pablo Tusset

A proposito di turismofobia, Pablo Tusset e il detective Sakamura

"Nella città di Barcellona la vita quotidiana comincia a essere profondamente alterata, dal punto di vista dei suoi abitanti. Da una parte, il turismo etilico del fine settimana o anche di un'unica e prolungata notte, con il suo strascico di liti, rumore e una vasta semina escatologica. Dall'altra, il volume e il peso di un turismo che porta a spasso le proprie carni per tutta la città, in costume da bagno e sandali. E, in accordo con la domanda, il centro urbano che si configura in un'immensa superficie commerciale di abiti e cibo spazzatura. In quanto ai monumenti, è facile localizzarli dalle pazienti code che li avvolgono, i gruppi che si accalcano, le macchine fotografiche che si alzano a mo' di saluto al sole".

giovedì 10 agosto 2017

Da tradurre: Rivero e Spedding

 
        Giovanna Rivero                                                                         Alison Spedding


Nuove autrici boliviane (o quasi)

La letteratura boliviana, quasi sconosciuta ai lettori italiani e, fino a non molto tempo fa, poco nota anche ai lettori latinoamericani e spagnoli, sta conoscendo in questi ultimi anni una diffusione di gran lunga più ampia che nel passato, grazie all'irruzione di un notevole numero di autori nati tra la fine degli anni '60 e i primi anni '80, in buona parte intenti a esplorare temi individuali e intimi, piuttosto che a ritrarre, come in passato, i processi sociali e politici di un paese dalla storia difficile e tumultuosa, segnato da grandi diseguaglianze e dallo sfruttamento spietato dei popoli indigeni.

Da leggere: Liliana Colanzi

Liliana Colanzi

Liliana Colanzi, la parola è una tigre

"Diceva mio nonno che ogni parola ha il suo padrone e che una parola giusta fa tremare la terra. La parola è un fulmine, una tigre, un uragano, diceva il vecchio guardandomi con rabbia, mentre si serviva alcol di farmacia, ma guai a chi usa le parole alla leggera".
Così comincia "Chaco", uno degli otto racconti racchiusi in "Il nostro mondo morto"(gran vía, e. 13,50), uno dei libri più belli che ci siano arrivati quest'anno dall'America latina: centoventi pagine assai ben tradotte da Olga Alessandra Barbato, otto storie originali e potenti, e infine la scrittura di una giovane autrice, Liliana Colanzi, che sulla "parola giusta" deve aver lavorato a lungo, riuscendo ogni volta a trovarla e a usarla con estrema consapevolezza.