giovedì 9 novembre 2017

Da leggere: Alfonsina Storni

Alfonsina Storni


 Una donna nuova

Nel dicembre del 1983, in un'Argentina appena uscita dalla dittatura apparve  Alfonsina, una rivista quindicinale fondata da Maria Moreno: pagine che rivelavano l'influenza del più audace femminismo europeo e miravano a ridefinire i ruoli di genere, ma anche ad affrontare i più spinosi temi del presente, contando tra l'altro sull'insolita collaborazione di alcuni scrittori disposti a nascondersi dietro pseudonimi femminili, come Rosa L. de Grossman (Néstor Perlongher), María de la Cruz Estévez (Fogwill) o Rosa Montana (Martín Caparrós). Ci fu chi considerò il nome della rivista un omaggio al presidente eletto dopo il ritorno alla democrazia, Raúl Alfonsín, ma in realtà l'intenzione era quella di evocare una grande figura della mitologia nazionale, seconda soltanto ad Evita: Alfonsina Storni, poetessa, giornalista, drammaturga, insegnante, nata nel Canton Ticino nel 1892, arrivata in Argentina a tre anni e morta suicida nel 1938.

sabato 28 ottobre 2017

Da leggere: Valeria Luiselli

Valeria Luiselli

Bambini perduti

Le sorelline hanno cinque e sette anni, vengono dal Guatemala e hanno viaggiato fino alla frontiera con un coyote, un uomo pagato dalla loro madre, emigrata da anni a Long Island; una volta varcato il confine tra Messico e USA sono state arrestate e chiuse in un freddissimo "deposito di bambini" chiamato non a caso "la ghiacciaia", e poi la madre è andata prenderle, avvertita grazie al numero di telefono ricamato dalla nonna all'interno dei vestiti, in un punto nascosto. Potrebbe essere il lieto fine di una fiaba: il viaggio, le dure prove, un talismano segreto e la presenza di un "aiutante magico", se così si può definire il coyote che le ha scortate e che, dice la più grande, "Era gentile, certo". In realtà la storia è appena cominciata, perché adesso le due sorelle non sono più bambine, ma minori non accompagnate, immigrate clandestine e senza documenti: per questo stanno raccontando la loro vita, come possono e sanno, a una giovane donna che prende appunti e cerca di trasformare le loro voci incerte e perplesse in risposte alle domande del formulario che ha davanti.

venerdì 20 ottobre 2017

Da leggere: Emiliano Monge

Emiliano Monge

"Terra bruciata", un viaggio all'inferno

Una radura circondata da tronchi colossali con radici come arterie, su cui planano i suoni emessi dalla selva nella sua ora più buia, e, al centro dello spiazzo, un gruppo di fuggiaschi che tra un attimo smetteranno di essere persone per diventare merce in vendita: mano d'opera gratuita, sicari arruolati nelle guerre dei narcos, schiave dei bordelli, carburante per un motore che non si ferma mai, alimentato dalla speranza di quelli che tentano di fuggire dalle guerre, dalla miseria estrema, dalla terra bruciata che li circonda e li assedia.

Anniversari e addii: Maria Elena Walsh

Maria Elena Walsh

Cinque anni senza "la Walsh".

Nella primavera del 1973, conclusa l'ennesima dittatura, l'Argentina era di nuovo alla vigilia delle elezioni, e il settimanale Extra (abbastanza conservatore da fiancheggiare, in seguito, la Giunta militare) chiese a Maria Elena Walsh un articolo rivolto alle donne incerte su chi e che cosa votare. Lei accettò, ma quello che consegnò a Bernardo Neustadt, discusso direttore della rivista, era un testo intitolato "Lettera a una compatriota", in cui non si davano indicazioni di voto e si parlava invece del Movimento di Liberazione della Donna: un appello limpido e duro alla "sorellanza" e alla rivolta che, nell'Argentina dell'epoca, faceva pensare allo scoppio di un petardo in camera da letto o in cucina, luoghi consacrati alla femminilità così come la intendevano l'opinione comune, la Chiesa, i governi deposti o creati da regolari colpi di stato.

domenica 24 settembre 2017

Da leggere: Adrián Bravi

Adrián Bravi

Infanzia argentina, maturità italiana

Diceva Juan José Saer che quasi tutta la letteratura argentina del XIX secolo è stata scritta in esilio e dall'esilio, e lo stesso si può sostenere, tutto sommato, a proposito di quella del secolo scorso e del nostro, così spesso concepita sotto cieli diversi da quello nativo. Basterebbe ricordare i "parigini" Cortazar, Bianciotti, Copi e lo stesso Saer; Tomás Eloy Martinez, prima rifugiato in Venezuela e in Messico, poi professore per anni e anni a Rutgers; Juan Rodolfo Wilcock, che nel 1957 scelse di stabilirsi in Italia... E l'elenco di chi se n'è andato - a volte per non tornare, a volte per rientrare da semplice visitatore o per sempre - potrebbe essere infinitamente più lungo, viste le dimensioni di una diaspora dalle motivazioni diverse e mai davvero conclusa.

martedì 15 agosto 2017

Anniversari e addii: Juan Goytisolo

Juan Goytisolo e Monique Lange

Juan Goytisolo, lo scrittore errante

Juan Goytisolo voleva essere seppellito in Marocco, il paese dove aveva scelto di risiedere (e dove possedeva una casa nella Medina di Marrakech, vicinissima alla piazza Jâmiʻ al-fanâʼ, che aveva contribuito a far dichiarare Patrimonio dell'Umanità), e si raccomandava che non riportassero il suo corpo a Barcellona, la sua città natale, per rinchiuderlo nella tomba di famiglia, una pretenziosa riproduzione in miniatura del Duomo di Milano, che per lui era il simbolo di "tutto l'orrore della classe borghese e sfruttatrice" rifiutata e combattuta sin da ragazzo. Desiderava, inoltre, che la sua sepoltura fosse estranea ai simboli di qualsiasi fede religiosa, ed è per questo che uno tra i più grandi e singolari scrittori spagnoli contemporanei, morto il quattro giugno, riposa ora a Larache, nel vecchio cimitero laico dove nel 1986 venne sepolto Jean Genet, che per lui era stato un punto di riferimento "più morale che letterario".

lunedì 14 agosto 2017

Da tradurre: Pablo Tusset

Pablo Tusset

A proposito di turismofobia, Pablo Tusset e il detective Sakamura

"Nella città di Barcellona la vita quotidiana comincia a essere profondamente alterata, dal punto di vista dei suoi abitanti. Da una parte, il turismo etilico del fine settimana o anche di un'unica e prolungata notte, con il suo strascico di liti, rumore e una vasta semina escatologica. Dall'altra, il volume e il peso di un turismo che porta a spasso le proprie carni per tutta la città, in costume da bagno e sandali. E, in accordo con la domanda, il centro urbano che si configura in un'immensa superficie commerciale di abiti e cibo spazzatura. In quanto ai monumenti, è facile localizzarli dalle pazienti code che li avvolgono, i gruppi che si accalcano, le macchine fotografiche che si alzano a mo' di saluto al sole".

giovedì 10 agosto 2017

Da tradurre: Rivero e Spedding

 
        Giovanna Rivero                                                                         Alison Spedding


Nuove autrici boliviane (o quasi)

La letteratura boliviana, quasi sconosciuta ai lettori italiani e, fino a non molto tempo fa, poco nota anche ai lettori latinoamericani e spagnoli, sta conoscendo in questi ultimi anni una diffusione di gran lunga più ampia che nel passato, grazie all'irruzione di un notevole numero di autori nati tra la fine degli anni '60 e i primi anni '80, in buona parte intenti a esplorare temi individuali e intimi, piuttosto che a ritrarre, come in passato, i processi sociali e politici di un paese dalla storia difficile e tumultuosa, segnato da grandi diseguaglianze e dallo sfruttamento spietato dei popoli indigeni.

Da leggere: Liliana Colanzi

Liliana Colanzi

Liliana Colanzi, la parola è una tigre

"Diceva mio nonno che ogni parola ha il suo padrone e che una parola giusta fa tremare la terra. La parola è un fulmine, una tigre, un uragano, diceva il vecchio guardandomi con rabbia, mentre si serviva alcol di farmacia, ma guai a chi usa le parole alla leggera".
Così comincia "Chaco", uno degli otto racconti racchiusi in "Il nostro mondo morto"(gran vía, e. 13,50), uno dei libri più belli che ci siano arrivati quest'anno dall'America latina: centoventi pagine assai ben tradotte da Olga Alessandra Barbato, otto storie originali e potenti, e infine la scrittura di una giovane autrice, Liliana Colanzi, che sulla "parola giusta" deve aver lavorato a lungo, riuscendo ogni volta a trovarla e a usarla con estrema consapevolezza.

lunedì 12 giugno 2017

Da leggere: Juan José Saer

Juan José Saer


Juan José Saer. Una forma più reale di quella del mondo.

Solo nel suo appartamento parigino, Pichón Garay aspetta l'amico di sempre, Tomatis, in arrivo dall'Argentina, e intanto esamina un testo travasato in un floppy disk da Marcelo Soldi, "topo d'archivio" venuto in possesso di un vecchio manoscritto in cui si narrano le avventure di una carovana composta da un medico, cinque malati di mente, qualche soldato e alcune prostitute, diretti alla clinica di Buenos Aires che l'alienista Weiss ha consacrato al concetto di cura, rifiutando quello di pura contenzione fisica della follia. E' il 1804, l'Argentina non è ancora una nazione, e nella pampa deserta, dominata da un cielo in cui corrono nuvole gigantesche, i viaggiatori procedono tra deviazioni inspiegabili, sciagure, bizzarrie climatiche e incontri ravvicinati con gli indios, puntualmente riferiti, trentacinque anni dopo, dalla voce narrante del dottor Real... Così comincia "Le nuvole" (pag. 184, e. 16,50) di Juan José Saer, che La Nuova Frontiera presenta nella traduzione di Gina Maneri, eccellente "voce" italiana di uno scrittore impegnato nella ricerca di un'estrema perfezione formale e nella costante riflessione sulla natura della realtà e sulle possibilità di raccontarla, ormai ritenuto un maestro "in qualsiasi lingua", come teneva a precisare Ricardo Piglia.

domenica 11 giugno 2017

Da leggere: Laia Jufresa

Laia Jufresa

Umami, il quinto sapore

Bogotà39, ovvero trentanove scrittori sotto i quarant'anni scelti fra duecento candidati provenienti da quindici nazioni latinoamericane, per segnalare all'attenzione dei lettori e degli editori l'eccellente salute di letterature che possono contare, tra le altre cose, sull'esplosiva vitalità di una lingua dalle infinite varianti nazionali e locali. A dieci anni dalla prima edizione dell'iniziativa, che nel 2007 aveva segnalato nomi allora agli esordi e oggi molto noti, viene alla ribalta una nuova schiera di autori, e non c'è da stupirsi che la rappresentanza più numerosa sia quella del Messico, visto l'attuale stato di grazia della sua letteratura giovane, abitata da scritture molto diverse ma sempre promettenti: quelle degli ochentistas, cioè i nati negli anni '80, che vanno inserendosi a poco a poco anche nel panorama internazionale.

mercoledì 10 maggio 2017

Da leggere: Nona Fernández

Nona Fernández

Le anime in pena di Nona Fernández

"Percorro un fiume scuro. Un nastro sporco che mi trascina lentamente, mi culla con amore e mi invita a dormire e abbandonarmi del tutto al suo cammino fecale. Gabbiani smarriti mi seguono e si posano ai miei piedi scavando nelle scarpe rotte, beccandomi le dita, le unghie sudice. Sulla riva un ubriaco lancia una bottiglia vuota che mi sbatte contro e va in frantumi. I vetri raggiungono il viso, un filo di sangue mi scorre sulla fronte. Non è vero che i morti non sentono. Potrei elencare ogni singola cosa che questa carne in decomposizione continua a percepire".

martedì 18 aprile 2017

Da leggere: Juan Rodolfo Wilcock

Juan Rodolfo Wilcock

La regale estraneità di Juan Rodolfo Wilcock

"Sono nato a Buenos Aires nel 1919. Ho cominciato a parlare in francese, vicino al Chateau de Chillon, nel sud della Svizzera; ho imparato lo spagnolo a Londra, e nel golfo di Patagones mi hanno insegnato a leggere e a nuotare. A undici anni sono entrato al Colegio Nacional dove ho imparato l'inglese, l'italiano, la Storia e le Scienze Naturali; a diciassette anni mi sono iscritto alla Facoltà di Ingegneria, dove più tardi mi sono laureato, come quasi tutti gli studenti che vi si iscrivono; a diciassette anni ho imparato il tedesco e a suonare il piano. A vent'anni ho cominciato a scrivere, con una vocazione debolissima, ma forse irresistibile". Così Juan Rodolfo Wilcock riassume la sua vita su richiesta di César Fernandez Moreno, curatore di un'antologia di poeti argentini, La realidad y los papeles, pubblicata a Madrid nel 1967: una biografia minima ma rivelatrice, in cui risalta il disinvolto muoversi tra idiomi e paesi diversi, come se lo scrittore (uno dei "più grandi e più strani" del XX secolo, lo definisce Roberto Bolaño in "Tra parentesi. Saggi, articoli e discorsi (1998-2003)", Adelphi 2009) volesse dichiarare la propria appartenenza a un universo culturale vasto, fluido e soprattutto ibrido.

giovedì 23 marzo 2017

Da leggere: Ricardo Emilio Piglia Renzi

Ricardo Emilio Piglia Renzi

Ricardo Emilio Piglia Renzi, lost in USA.

"Esisteva una corrispondenza tra Sarmiento e Melville? Mi guardò, direi, non interdetto ma indifferente. Lo so che quando parlo degli scrittori sudamericani che ammiro, gli scholars nordamericani mi ascoltano con educata distrazione, come se ogni volta cercassi di rifilargli una specie di versione patriottarda di Salgari o di libri tipo "La capanna dello zio Tom". A proporre l'ipotesi di un legame tra il creatore di Moby Dick e Domingo Faustino Sarmiento, l'autore del Facundo, opera capitale della nascente letteratura argentina, è il visiting professor Emilio Renzi, mentre il distratto ascoltatore è Don D'Amato, illustre cattedratico e autore di un fondamentale saggio su Melville. E a tirare i fili della loro conversazione, così rivelatrice del rapporto tra le due Americhe, è Ricardo Piglia, scomparso due mesi fa a Buenos Aires dov'era tornato nel 2011, dopo i quindici anni trascorsi a Princeton in qualità di professore. Sia Renzi, sia D'Amato sono infatti personaggi di "Solo per Ida Brown" (Feltrinelli, pag. 234, e. 17, traduzione di Nicola Jacchia), quinto e ultimo romanzo dell'autore, che ci ha lasciato imprescindibili testi critici e soprattutto romanzi e racconti di rara densità estetica e concettuale, spesso sostenuti da una sofisticata struttura poliziesca.

sabato 18 marzo 2017

Da leggere: Mariana Enriquez

Mariana Enriquez

Mariana Enriquez, o del gotico contemporaneo.

Mariana Enriquez, ragazza di provincia cresciuta tra Lanus e Mar del Plata, aveva ventun anni quando il manoscritto del suo primo romanzo finì per caso nelle mani Juan Forn, dell'Editorial Planeta, che nel 1994 decise di pubblicarlo, puntando sui contenuti "forti" di un testo in cui i bassifondi di Buenos Aires facevano da sfondo a furibonde scene di sesso e disperati amori omosessuali, tra fiumi di droga e sinistre allucinazioni. Se la critica rimase perplessa davanti a pagine che fanno pensare un po' a Poppy Z. Brite e un po' ai tenebrosi parafernalia ammucchiati nella cameretta di un'adolescente dark, il successo di pubblico non mancò, e l'attenzione dei media neppure: TV e giornali parlarono fin troppo della "più giovane scrittrice argentina", considerata un "caso" piuttosto che una promessa della letteratura.

giovedì 2 marzo 2017

Da leggere: Max Aub

Max Aub


Max Aub, nel labirinto dell'esilio.

Nelle prime pagine dell'antologia "Gennaio senza nome" (Nutrimenti, pag. 191, e. 17), in cui Eugenio Maggi ha raccolto, tradotto e annotato otto racconti di Max Aub finora inediti in Italia, c'è una foto che mostra l'autore (un omino poco più che quarantenne con basco e occhiali, malridotto ma dall'aria per nulla rassegnata) nel campo di detenzione di Djelfa, in Algeria, dove il governo francese l'aveva rinchiuso in quanto "pericoloso comunista". In realtà Aub, nato in Francia nel 1903 da padre tedesco e madre parigina, era iscritto da anni al PSOE, ma la cosa aveva scarsa importanza, visto che a renderlo "indesiderabile" contribuivano il suo essere ebreo (benché nato in una famiglia di liberi pensatori e privo di qualsiasi educazione religiosa), la cittadinanza spagnola presa in gioventù e il sostegno alla Republica, che l'aveva nominato addetto culturale a Parigi.

lunedì 13 febbraio 2017

Da leggere: Mercè Rodoreda

Mercè Rodoreda

Rodoreda, quanta guerra

"Intorno alla gente del mio tempo c'è un'intensa circolazione di sangue e morti. Per colpa di questa grande circolazione di tragedia, nei miei romanzi, forse a volte involontariamente, la guerra, in qualche misura, c'è sempre", scrive Mercè Rodoreda - scomparsa nel 1983, e ancora oggi la figura più importante e illustre della letteratura catalana contemporanea - nel prologo a "Quanta, quanta guerra...", romanzo oscuro e memorabile apparso per la prima volta in lingua originale nel 1980, e ora riproposto in italiano da La Nuova Frontiera (traduzione di Stefania Ciminelli, pag. 188, e. 16,50). Il trauma della guerra, in effetti, affiora in buona parte della sua opera: devasta la vita di Colometa in quel "La piazza del Diamante" che guadagnò all'autrice fama internazionale, fa da sfondo all'adolescenza di Cecilia in "Via delle Camelie" e contribuisce alla distruzione della famiglia Valldaura in "Lo specchio rotto".