mercoledì 14 dicembre 2016

Da tradurre: Copi

Copi

Copi, l'Ora dei Mostri
Quando, nel 1987, l'editore Jorge Herralde organizzò nel Palau de la Virreina di Barcellona un'ultima serata in onore di Raúl Damonte Botana (alias Copi, autore di fumetti e di teatro, di romanzi e di racconti, ma anche attore en travesti, costumista, regista), il festeggiato era morto da poco e la madre Georgina ne aveva già sparso le ceneri sulla spiaggia di Dieppe, dove le onde avevano esitato a lungo prima di portarsele via. E adesso, per una curiosa coincidenza, sono proprio le sale della Virreina a ospitare La hora de los monstruos, ossia la prima antologica mai dedicata a Copi, nato a Buenos Aires nel 1939, cresciuto in Uruguay dove la sua famiglia si era rifugiata per ragioni politiche, naturalizzato francese e vissuto a Parigi per quasi trent'anni: una mostra ideata e curata da un altro argentino “lontano da casa”, Patricio Pron, eccellente scrittore che da tempo vive a Madrid e che a Copi ha dedicato numerosi scritti e una ponderosa tesi di laurea.

sabato 3 dicembre 2016

Anniversari e addii: Marcos Ana

Marcos Ana

La casa senza chiavi di Marcos Ana

Il 24 novembre il Partido Popular spagnolo ha seppellito Rita Barberá, per ventiquattro anni onnipotente sindaco di Valencia, che, implicata in una grave trama di corruzione e imputata di riciclaggio, è stata colpita da un infarto improvviso. E mentre Rajoy e tutto il PP lamentavano il “linciaggio” e la “condanna a morte” da parte delle “iene” (ossia i giudici, l'opposizione e i media), di una “donna generosa, una persona eccellente”, quasi nelle stesse ore se n'è andato in silenzio qualcuno che di Rita Barberá era l'opposto, che ha rappresentato con straordinaria dignità un'altra Spagna e che, in un mondo in cui la memoria è ormai smaterializzata, ridotta a pura convenzione celebrativa, continuava a incarnarla con un vigore capace di fonderla al presente e di restituirle senso. Se n'è andato a novantasei anni, il 24 novembre, Fernando Macarro Castillo, meglio noto come Marcos Ana, il nome con cui firmava i suoi versi: un militante comunista rimasto tenacemente tale, un poeta di valore, nonché il prigioniero politico rinchiuso più a lungo nelle carceri franchiste, dov'era entrato a diciannove anni per uscirne a quarantadue.

venerdì 2 dicembre 2016

Da leggere: Roque Larraquy

Roque Larraquy

Il bestiario spettrale di Roque Larraquy

E' nel 1911 che Severo Solpe, fotografo della buona società di Buenos Aires, ritrae il fantasma di una scimmia fluttuante in una sala operatoria abbandonata: ma la foto è fasulla, scattata su richiesta di un senatore burlone, e l'animale, vivo e sedato, è semplicemente appeso al soffitto. Il trucco ha un tale successo, però, che Solpe lo ripete a grande richiesta, finché, per puro caso, incappa nell'autentico spettro di un'anatra che si aggira nel parco. Nasce così “la tecnica della fotografia ectoplasmatica o ectografia animale”, oggetto delle ricerche che Solpe porterà avanti per tutta la vita, fondando la Società Ectografica Argentina e collezionando le immagini di un bestiario spettrale senza precedenti né paragoni: collezione immaginaria, ovviamente, com'è immaginaria l'ectografia, spiegata con minuzia in “Rapporto sugli ectoplasmi animali di Buenos Aires” (Gallucci, traduzione di Ilide Carmignani ed Edoardo Balletta, pag. 86, e. 8,50) di Roque Larraquy, autore nel 2010 del sorprendente La comemadre, in cui sono già evidenti alcuni dei temi di questo suo secondo e frammentario quasi-romanzo.

mercoledì 23 novembre 2016

Da leggere: José Lezama Lima

José Lezama Lima

Lezama, un continente sconosciuto che si intravede in lontananza.

Leggo ‘Paradiso’ a poco a poco, sempre più abbagliato e stupito. Un edificio verbale di ricchezza incredibile, o meglio, non un edificio ma un mondo di architetture in continua metamorfosi e, anche, un mondo di segni - suoni che si configurano in significati, arcipelaghi del senso che si fa e si disfa - il mondo lento della vertigine che gira intorno a quel punto intoccabile che si trova tra la creazione e la distruzione del linguaggio, quel punto che è il cuore, il nucleo del linguaggio”.
E' in una lettera del 1967 alle sorelle, emigrate negli Stati Uniti sei anni prima, che José Lezama Lima riporta il lusinghiero testo del biglietto inviatogli da Octavio Paz per ringraziarlo dell'invio del romanzo uscito nel 1966 (il primo capitolo era apparso nel '49 sulla rivista Origenes), e accolto in modo meno positivo dalla cultura ufficiale cubana, in procinto di inabissarsi nelle infinite censure del Quinquenio gris, durante il quale anche Lezama, che aveva accolto la Rivoluzione con entusiasmo e da ragazzo aveva partecipato alle manifestazioni contro il dittatore Machado, sarebbe stato emarginato e ridotto al silenzio (solo negli anni seguenti la sua opera e la sua figura diverranno oggetto di una rivalutazione e di significativi omaggi).
Ma la pruderie governativa - “Paradiso”, con le sue scene erotiche più che esplicite, venne subito etichettato come pornografico - non fu l'unica causa di una perplessità a tratti irridente, anche se controbilanciata dai molti ed entusiastici giudizi di illustri estimatori stranieri, da Paz a Cortázar a Ribeyro. Il fastidio, il rifiuto, nascevano piuttosto dalla presunta “illeggibilità”, dal linguaggio  ermetico, dal mancato rispetto di qualsiasi convenzione narrativa, che connotavano il primo romanzo di un intellettuale ultracinquantenne, già noto per l'intensa attività culturale (attorno a Origenes, fondata nel 1944 e da lui diretta per dodici anni, si era raccolto un gruppo di artisti e poeti che influenzarono profondamente la pittura e la letteratura cubana del tempo), per l'opera poetica inaugurata vent'anni prima dall'ammaliante Muerte de Narciso e proseguita con quattro preziose antologie, e infine per i saggi originalissimi.
Se il poeta e saggista risultava inclassificabile e al di fuori di ogni canone, il romanziere appariva così esigente da far pensare alla prima frase di La expresión americana (raccolta di saggi con cui Lezama aveva sovvertito, nel 1957, la tradizione consolidata del pensiero americanista), ovvero: “Solo il difficile è stimolante”. Quanto difficile e stimolante sia ancora oggi “Paradiso” - testo che esige pazienza, ma che sprigiona seduzioni tali da indurre il lettore a immergersi in acque profonde, come suggeriva Julio Cortázar - i lettori italiani potranno riscoprirlo grazie a una nuova edizione del romanzo, proposta da Sur (pag. 750, e. 25) in coincidenza con il cinquantenario della prima uscita in lingua originale; la traduzione, corredata di nutrite appendici, è la stessa del 1995, firmata da Glauco Felici per Einaudi: l'unica attendibile, in effetti, perché condotta sul testo rivisto nel 1988 da un gruppo di studiosi cubani guidati dall'origenista Cintio Vitier, cui il confronto con il manoscritto originale permise di eliminare le centinaia di errata che hanno accompagnato la storia editoriale di “Paradiso” e le traduzioni in lingue diverse.
Nella nota finale, Felici fa presente con umiltà che il suo lavoro (meditato e accuratissimo) presenta “insormontabili imperfezioni” e offre al lettore solo “un'ipotesi di avvicinamento al testo lezamiano”, riconfermando la difficoltà di una scrittura che oppone al traduttore una tenace resistenza. Difficile, dunque, il romanzo; ed ermetico, a tratti quasi indecifrabile. Ma supremamente stimolante, proprio per via dello spaesamento provocato da un'apparente mancanza di coordinate, che consente di evocare l'ironica metafora del naufragio cara a Ortega y Gasset (insieme a Maria Zambrano, un punto di riferimento costante per Lezama): un naufragio dal quale ci si salva perché “come il pesce può naturalmente nuotare, l'uomo può naturalmente pensare”.
Il mare lezamiano, quel “Paradiso” che è stato via via accostato - con un certo fastidio da parte dell'autore, che giustamente si sapeva unico - alle opere di Proust, di Joyce, di Musil, è composto da quattordici capitoli divisi in due parti: la prima racconta l'infanzia e l'adolescenza del protagonista José Cemí, figlio asmatico e malaticcio, come Lezama, di un alto ufficiale dell'esercito cubano morto troppo giovane, e di una madre adorata che per José, espulso dal paradiso dell'infanzia e destinato a entrare in quello della poesia, rappresenterà una sorta di Beatrice; proprio come Lezama, inoltre, Cemí è un solitario che legge avidamente e cresce in una famiglia di sole donne, colte e indipendentiste, devote al culto di Martí e della buona tavola. E se nei primi quattro capitoli si condensano ricordi d'infanzia di sapore autobiografico, nei successivi un salto temporale conduce alle storie dei genitori, dei nonni, dello zio morto precocemente: vite piene di presagi che annunciano le prove cui José dovrà sottostare. E poi la scuola, la scoperta dell'eros attraverso gli espliciti accoppiamenti senza distinzioni di sesso di un compagno dal pene leggendario: una fabulazione iperbolica e ironica, ben diversa dalle discussioni storico-filosofico-morali sull'omosessualità e sull'originaria androginia del genere umano, che il protagonista affronterà nella seconda parte del romanzo, dedicata agli anni dell'università e al legame con Foción e Fronesis (l'uno assennato ed eterosessuale, l'altro inutilmente innamorato dell'amico), fino alla comparsa della misteriosa figura di Licario, guida e padre spirituale, che aprirà a José la via del sapere poetico (un percorso propiziato, nel romanzo postumo ed incompiuto Oppiano Licario, dall'unione sensuale e mistica con Ynaca Eco, la sorella del maestro). Il tutto sullo sfondo di un'isola e di una città dalla quale lo scrittore si allontanò brevemente solo due volte, e che viene descritta secondo il più puro metodo lezamiano, cioè rileggendo ogni cosa alla luce dell'imago che definisce la realtà (non il mondo com'è, dunque, ma come lo ricrea, lo rivela o lo orienta l'immaginazione).
Popolato da oltre duecento personaggi, il romanzo adotta repentini e inaspettati mutamenti di luogo, non rispetta la successione temporale degli eventi, sostituisce di punto in bianco la voce narrante (ma riserva all'autore il ruolo di demiurgo, e a buon diritto, visto che i personaggi parlano e pensano come lui, sono tutti Lezama Lima), inserisce aneddoti o digressioni sui più diversi argomenti, spesso in forma di dialoghi platonici o dibattiti memori della tradizione medioevale, e infine abbatte le dighe della logica con un fiume di metafore, simboli, sogni, allucinazioni, sensazioni tattili, visive, olfattive, elementi di una festa del corpo che, tuttavia, non ignora mai la presenza della morte, e spesso la corteggia. Come un albero i cui rami continuano a espandersi in tutte le direzioni, “Paradiso” appare inarrestabile, quasi fuori controllo, composto com'è da magistrali frammenti che continuano a sovrapporsi, nonché avvolto nelle spire di un linguaggio denso, proliferante e ricco di neologismi e invenzioni; ma la fastosa sovrabbondanza che per Lezama era quasi un dogma, e che lo ricollega al barocco immaginoso della “espressione americana” (così lontano da quello ben meditato di Alejo Carpentier, altro grande, ma ben più disciplinato, esponente della letteratura cubana di quegli anni), non deve ingannare: in realtà, è lui stesso a dirlo, il romanzo è un punto di arrivo che “ordina il caos, lo distende sotto le nostre mani perché possiamo accarezzarlo”. L'intero universo di “Paradiso” è retto da quello che Lezama chiama il suo Sistema Poetico, e che è andato elaborando per anni attraverso le opere precedenti: versi mirabili in cui trovano spazio idee filosofiche e religiose, pagine e pagine di saggistica che, per profusione di immagini e visioni, confinano con la narrativa, il tutto cementato da metafore che alimentano una “immaginazione retrospettiva” capace di imporsi al ricordo, alla realtà, alla Storia.
Tutto questo converge verso “Paradiso”, che diventa così il culmine, l'espressione compiuta di una poetica capace di trasformare personaggi ed episodi in pure funzioni al suo servizio, e che attinge al sapere strabordante di un lettore autodidatta (Lezama, così attratto dalla letteratura, dovette laurearsi in legge per mantenere se stesso e l'amatissima madre) totalmente immerso nella cubanità criolla e non immemore dell'eredità spagnola (Gongora e Cervantes innanzitutto), ma pronto a far sue le più remote tradizioni culturali, dai precolombiani alla Grecia all'Oriente all'Europa. A proposito di questa inclusione avida e senza limiti e  dell'eterogenea erudizione che ne è derivata (nel romanzo trova posto ogni cosa, dal misticismo al mito, dalla teologia ai bestiari medioevali, dalla filosofia alla gastronomia, dalla letteratura novecentesca a quella classica) molti hanno rilevato le inesattezze di Lezama, la sua noncuranza citatoria, la fantasiosa ortografia di nomi e parole straniere.
Piccolezze irrilevanti, dice Julio Cortázar nel suo saggio “Per arrivare a Lezama Lima” (se ne può leggere un estratto nella edizione Sur di “Paradiso”), rispetto alla profondità e alla magnificenza di un romanzo epocale e controcorrente. E aggiunge che questo scialo di sapere impreciso ed eterodosso dimostra la seducente ingenuità di Lezama, la sua libertà esplosiva mai paralizzata da timori accademici. Ma viene da pensare anche a un'altra lettura, quella di Severo Sarduy, scrittore cubano che si è proposto a suo tempo come l'erede naturale di uno scrittore senza eredi qual'è Lezama, eleggendolo a caposcuola di un'avanguardia neobarocca che il “maestro”, probabilmente, non avrebbe del tutto apprezzato. E' proprio a Sarduy, comunque, che si devono pagine acute sugli errori e le storpiature sfuggiti alla sapienza lezamiana: perché non di errori e storpiature si tratta, dice Sarduy, ma di una appropriazione, di una deformazione funzionale al suo narrare, alla sua lingua sensuale, tattile, non aliena al grottesco, all'eccesso e alla parodia tipici del barocco. Su chi dei due abbia ragione si potrebbe, è ovvio, discutere all'infinito, e, con ogni probabilità, inutilmente. Anche perché, come ha osservato Sarduy in anni lontani, ancora oggi “Lezama è un continente sconosciuto che si comincia appena a intravedere in lontananza”.

Questo articolo è apparso su Il Manifesto nel novembre del 2016.


martedì 25 ottobre 2016

Da leggere: Tre autori, due madri

 
                         Alberto Laiseca                                                  Alberto Chimal


Tre autori, due madri

I nomi di due scrittori latinoamericani importanti e insoliti come l'argentino Alberto Laiseca e il messicano Alberto Chimal probabilmente non dicono molto ai lettori italiani, che hanno a disposizione solo un paio di traduzioni dovute alla competenza e all'impegno di due piccole case editrici: Arcoiris, che nel 2013 ha pubblicato “Avventure di un romanziere atonale” di Laiseca, e Bibliofabbrica, nel cui catalogo si può trovare “Gregge” di Chimal, una raccolta di racconti uscita nel 2007. E non c'è dubbio che questa scarsa presenza sia uno dei tanti peccati per nulla veniali della nostra editoria, la cui accresciuta attenzione per gli autori di lingua spagnola sembra, a volte, favorire misteriosamente testi piuttosto banali.

venerdì 21 ottobre 2016

Anniversari e addii: Violeta Parra

Violeta Parra

Violeta Parra, poeta

A pochi passi da Plaza Italia, nel centro di Santiago de Chile, c'è un edificio basso e imponente (visto dall'alto, potrebbe assomigliare a una chitarra tagliata a metà in verticale), fatto di immense vetrate: è il Museo Violeta Parra, che, inaugurato nel 2015, a partire da ottobre sarà il fulcro di almeno trecento iniziative nazionali organizzate in vista del 4 ottobre 2017, centenario della nascita di colei che il fratello Nicanor, poeta tra i più grandi, chiama “Viola piadosa, admirable, volcánica”, nei versi del lungo poema “Defensa de Violeta Parra”, oggi incisi lungo la rampa d'ingresso al museo.

lunedì 10 ottobre 2016

Da tradurre: Roberto Bolaño

Roberto Bolaño

L'eredità di Roberto Bolaño, tra recuperi e polemiche

La discussione sull'opportunità di pubblicare gli inediti di uno scrittore defunto, lasciati nel cassetto o rinnegati, è così antica e logora che sembra inutile riprenderla: eppure, dopo ogni ritrovamento di qualche importanza, sull'argomento non manca di rinascere un certo dibattito. Chi è favorevole tirerà fuori l'emblematico caso dei manoscritti di Kafka, salvati da Max Brod, o quello dei Papeles inesperados di Cortázar, portati meritoriamente alla luce da Aurora Bernárdez. Altri sosterrano che i testi dovrebbero essere a uso esclusivo degli studiosi; altri ancora chiederanno rispetto per la memoria e la volontà degli scomparsi, alla cui gloria le opere inconcluse o mal riuscite non aggiungono nulla, e porteranno esempi opposti: le scelte della vedova di Borges, Maria Kodama, che fa circolare rimasugli di ogni tipo, comprese le sbobinature di quattro conferenze sul tango del 1956, piene di banalità e di cose già dette, apparse in giugno per l'editore Sudamericana; oppure la fedeltà di Mercedes Barcha, che per non tradire la decisione del marito García Márquez rifiuta di dare alle stampe “En agosto nos vemos”, romanzo rimasto inedito perché l'autore lo giudicava insoddisfacente.

Da leggere: Valeria Luiselli

Valeria Luiselli


Il work in progress di Valeria Luiselli

Che rapporti ci sono tra l'arte, la letteratura e i succhi di frutta? Più di uno, perlomeno a Città del Messico: al principale produttore locale di succhi e bibite, il Grupo Jumex, si devono sia la nascita di una grande Galleria alla periferia della capitale messicana, sia quella del Museo Jumex, immenso edificio ultramoderno nell'elegantissima Colonia Polanco, che presenta, oltre a una ricca collezione di opere contemporanee, mostre di importanza internazionale. Quanto alla letteratura, il suo legame con le suddette bevande è subito evidente a chiunque legga le ultime pagine del secondo romanzo di Valeria Luiselli (“La storia dei miei denti”, La Nuova Frontiera, pag.185, e.16,50, appena uscito nell'ottima traduzione di Elisa Tramontin), in cui l'autrice racconta che è stata proprio la Jumex a chiederle di scrivere qualcosa capace di collegare la Galleria alla vicina fabbrica di succhi e al desolato quartiere suburbano di Ecatepec, in cui entrambe sorgono.

lunedì 12 settembre 2016

Da leggere: Marta Sanz

Marta Sanz

MARTA SANZ, AUTORITRATTO SENZA VELI

Scrittrice esigente e attenta allo stile, dall'epoca del suo esordio - avvenuto nel 1995 grazie a uno  scopritore di talenti come Constantino Bértolo, editor di lungo corso – la spagnola Marta Sanz ha pubblicato fino a oggi una dozzina di romanzi alquanto diversi uno dall'altro, nei contenuti come nella forma, che, dopo qualche incertezza iniziale, hanno segnato le tappe di una progressiva maturazione e sembrano collegati l'uno all'altro da fili di volta in volta ripresi e riannodati: la frequentazione di generi diversi (l'autrice si è cimentata anche nel poliziesco con due romanzi sofisticati e insoliti, “Black black black” e “Un buon detective non si sposa mai”, pubblicati in Italia da Nutrimenti), l'ironia che diventa spesso humor nero, la capacità di cogliere le sfumature del discorso orale, l'interesse per la cultura popolare e per i modelli che trasmette, l'intensa attenzione per l'adolescenza, per le famiglie d'ogni tipo, per l'universo delle donne (alcuni dei suoi libri sembrano magistrali concerti di voci femminili) e per la corporeità, compresa quella più tormentata e disturbante.

lunedì 18 luglio 2016

Da leggere: Daniel Alarcón

Daniel Alarcón

I due mondi di Daniel Alarcón

La rivista Granta l'ha inserito anni fa in una delle sue celebri liste, quella dei ventuno giovani romanzieri più promettenti degli Stati Uniti, mentre l'Hay Festival di Bogotà l'ha indicato, insieme a una trentina di scrittori sotto i quarant'anni, come uno dei migliori esponenti della letteratura latinoamericana contemporanea. Una contraddizione che aiuta a rendersi conto di come l'opera di Daniel Alarcón, del quale Einaudi ha appena pubblicato il secondo romanzo (“Di notte camminiamo in tondo”, pag. 303, e. 20, nella traduzione di Ada Arduini), non sia collocabile al riparo di una delle tante frontiere americane e incarni, a ben vedere, il superamento o la negazione dell'idea stessa di letteratura nazionale. Se in quanto scrittore peruviano appare anomalo, perché scrive in inglese e da un punto di vista curiosamente remoto, composto in parti uguali di estraneità e ansia di appartenenza, rispetto agli autori latinos del Nord America (quelli che in genere vengono riuniti sotto l'etichetta di Hispanic Literature) Alarcón è senz'altro in controtendenza, perché la sua narrativa non si occupa di temi e problemi relativi all'immigrazione, alla costruzione di una nuova identità, al rapporto con il paese di adozione: è invece la terra delle origini a rappresentare il fulcro delle sue ottime raccolte di racconti (“Guerra a lume di candela” è l'unica tradotta in italiano per le edizioni Terre di Mezzo), di alcune nouvelles e dei due romanzi (il primo, “Radio città perduta”, è apparso presso Einaudi nel 2011). 

lunedì 20 giugno 2016

Da tradurre: Patricio Pron

Patricio Pron

Letteratura e politica nell'ultimo romanzo di Patricio Pron

Patricio Pron, scrittore argentino tra i migliori della sua generazione, ma anche critico, traduttore e saggista, in Italia è noto solo per “Lo spirito dei miei padri si innalza nella pioggia” (Guanda 2013), il quinto dei suoi sette romanzi, in cui si intrecciano gli echi di un'infanzia vissuta sotto la dittatura e il disvelamento di nuovi e antichi delitti: un libro notevole, in cui la sapienza narrativa e la sperimentazione formale vanno di pari passo, e che induce a chiedersi come mai a nessun editore italiano sia venuta voglia di tradurre qualcos'altro dell'autore, a cominciare da magnifiche antologie come El mundo sin las personas que lo afean y lo arruinan e La vida interior de las plantas de interior. E viene anche da chiedersi come mai non sia in vista una traduzione nella nostra lingua del suo nuovo libro, edito da Literatura Random House (Knopf ha acquistato i diritti per gli USA): un'opera densa e importante, accolta con grande entusiasmo dalla critica. Eppure questo romanzo dal titolo lunghissimo (No derrames tus lagrimas para nadie que viva en estas calles), che si srotola in copertina sopra un'inquietante immagine di Chema Madoz, potrebbe risultare particolarmente interessante per i lettori italiani, o per quanti tra loro non siano ancora cloroformizzati da un'offerta editoriale sempre più pavida e conformista.

mercoledì 15 giugno 2016

Da leggere: Alan Pauls e “Il fattore Borges”

Jorge Luis Borges

Alan Pauls e “Il fattore Borges”

Nel maggio del 1986, Adolfo Bioy Casares e sua moglie Silvina Ocampo stavano facendo colazione nella loro casa di Buenos Aires, quando squillò il telefono. Era, dalla Svizzera, Maria Kodama, che da poche settimane era diventata la seconda moglie di Jorge Luis Borges e con lui si era stabilita a Ginevra. Quando Bioy riuscì a scambiare qualche parola con l'amico, si sentì dire: “Non tornerò mai più”, ma solo un mese dopo scoprì fino a che punto quel congedo, pronunciato “con una strana voce” (e, secondo Silvina, tra le lacrime) fosse definitivo. Il 14 giugno, infatti, un giovane conoscente incontrato per strada gli disse che lo scrittore era morto quel pomeriggio, e Bioy più tardi annotò nel suo diario di aver continuato automaticamente a camminare, sentendo che quelli erano i suoi primi passi “in un mondo senza Borges”.

sabato 4 giugno 2016

Da leggere: Rodrigo Hasbún

 Rodrigo Hasbún

La Bolivia di Rodrigo Hasbún

Nato a Cochabamba da una famiglia di origine palestinese, scrittore nomade e transnazionale passato dal Cile alla Spagna al Canada agli Stati Uniti, dove oggi risiede, eppure profondamente legato alla Bolivia, Rodrigo Hasbún appartiene a una generazione di scrittori latinoamericani che, pur diversissimi, sembrano accomunati dalla capacità o dall'intenzione di leggere le vicende collettive in chiave personale e intima, ma non elusiva. Tra loro, il trentacinquenne Hasbún occupa un posto di spicco sin dall'apparizione di Cinco (2006), primo dei suoi quattro volumi di racconti, e soprattutto di El lugar del cuerpo, storia di una violenza incestuosa consumata in segreto, che gli ha guadagnato nel 2007 l'interesse della critica, segnando l'inizio di una notorietà abbastanza vasta da comportare numerose traduzioni, compresa quella del suo secondo romanzo, “Andarsene”, oggi pubblicato dalle edizioni Sur nella versione di Giulia Zavagna (pag. 120, e. 15). Un'ottima scelta quella di presentare per la prima volta l'autore ai lettori italiani attraverso la sua opera più intensa e riuscita: dalle tentazioni autoreferenziali di alcuni racconti d'esordio, Hasbún è infatti approdato a un testo breve e denso, in cui vicende autentiche e personaggi realmente esistiti vengono usati per costruire una inequivocabile e avvincente finzione.

lunedì 18 aprile 2016

Da leggere: Hebe Uhart

Hebe Uhart


Lo sguardo marziano di Hebe Uhart

Quando Haroldo Conti (narratore argentino sequestrato e fatto sparire dalla dittatura militare) scrisse nel 1970 il prologo per La gente de la casa rosa, terza raccolta di racconti di Hebe Uhart, era ormai uno scrittore affermato, autore di un pregevole romanzo d'esordio, Sudeste, e di altri titoli importanti; lei, giovane provinciale di ascendenza italo-basca, era invece una sconosciuta che, dopo la laurea in filosofia, aveva pubblicato il primo libro a proprie spese. Conti, tuttavia, non esitò a dedicarle una brillante presentazione in cui la accostava a Carson Mc Cullers e, parlando dello “sguardo marziano” di Uhart, aggiungeva: “La sua scrittura è così semplice che a tratti sembra infantile. Ma, di semplicità in semplicità, si penetra in profondità e labirinti dove si può avanzare solo se si partecipa della magia di questo nuovo mondo. (Uhart) non illumina né completa una realtà conosciuta. Rivela, o meglio, è lei stessa una realtà unica, diversa”.

venerdì 25 marzo 2016

Da leggere: Héctor Ruiz Núñez e María Seoane

 Héctor Ruiz Núñez e María Seoane

I lapis scrivono ancora

Nel 1983, poco prima che la Giunta militare argentina fosse costretta a indire libere elezioni, la rivista Tiempo pubblicò un'intervista al generale Camps, ex Capo della polizia, che non ebbe difficoltà ad ammettere il proprio antisemitismo e l'ammirazione per Hitler, a giustificare l'uso della tortura come il metodo più rapido per acquisire informazioni, a rivendicare il robo de bebés (“Era necessario impedire che quei bambini crescessero con le stesse idee dei loro genitori”) e a dichiararsi fiero di aver provveduto all'eliminazione fisica di cinquemila sovversivi. Tra quei “sovversivi” c'erano, e nessuno in Argentina lo ha dimenticato, anche gli adolescenti sequestrati nel 1976 a La Plata: studenti tra i sedici e i diciotto anni, quasi tutti membri della UES (la Unión de Estudiantes Secundarios, vicina ai Montoneros) impegnati in una campagna per il ripristino del boleto estudiantil, che garantiva notevoli sconti sui trasporti pubblici.

Da leggere: Rodolfo Walsh

Rodolfo Walsh

Ancora e sempre, Rodolfo Walsh

Sono in molti a pensare che l'arrivo a Buenos Aires di Barack Obama, all'alba di mercoledì 23, intenda sottolineare e sostenere il cambiamento di rotta dell'Argentina: una mossa prevedibile e non certo isolata, in un momento in cui i mercati stanno prendendo le misure a un paese pronto a tuffarsi senza rete nel liberismo più sfrenato. Le organizzazioni per i diritti umani, tuttavia, sembrano non aver apprezzato né l'istantaneo appoggio a un governo così pericolosamente di destra, né la scelta di una data fin troppo simbolica, quella del quarantesimo anniversario della più sanguinosa tra le dittature argentine. Lo ha detto chiaramente anche Estela Carlotto (“E' una data molto delicata. Che venga il presidente di una paese che ha creato la Dottrina della Sicurezza Nazionale... il paese di Kissinger, che ha formato i repressori dell'America latina”), esprimendo a nome di tutti lo scarso gradimento per un'eventuale visita presidenziale alla ex ESMA, uno dei principali luoghi di tortura e detenzione.

mercoledì 16 marzo 2016

Da leggere: Juana Bignozzi

Juana Bignozzi


Juana Bignozzi, malinconica e indignata

“In Argentina, come in quasi tutto il mondo, gli anni '60 furono assai ricchi di novità di ogni genere. All'epoca la politica e la cultura venivano considerate e si presentavano a molti giovani intellettuali come le due facce di una stessa medaglia. In tutti i campi, alla gioventù toccò un ruolo da protagonista, ben più di quanto accada attualmente. La possibilità di un cambiamento profondo della società, e di conseguenza della vita, sembrava molto più vicina che in qualsiasi altro periodo”. Così scrive il poeta e critico Jorge Fonderbrider in un saggio che ripercorre le vicende della poesia argentina dagli anni '60 ai '90, e, nel dar conto del fervore e della varietà che connotavano il panorama culturale sesentista, fa innanzitutto riferimento a El Pan Duro, associazione di giovani poeti fondata da Juan Gelman, che prevedeva l'autopubblicazione e interventi nelle strade dei quartieri operai, nelle fabbriche o nei teatri: un'avventura che durò meno di un decennio e fu tuttavia sufficiente a identificare il gruppo come principale portabandiera della poesia politica (il nume tutelare di Gelman era il comunista Raúl González Tuñón, con i suoi combattivi poemas civiles), fondata su una lingua semplice e accessibile e su versi liberi e irregolari, fatti per la lettura ad alta voce.

sabato 5 marzo 2016

Da leggere: Jorge Baron Biza

Jorge Baron Biza

Il deserto e il suo seme

“Nei momenti che seguirono l'aggressione, Eligia era ancora rosea e simmetrica, ma di minuto in minuto i muscoli del viso cominciarono a incresparsi (....). Sotto i tratti originali si generava una nuova sostanza: non un volto privo di sesso, come avrebbe voluto Arón, ma una nuova realtà, svincolata dall'obbligo di assomigliare a un volto”.
Così, con l'immagine di un viso femminile che, per azione del vetriolo lanciato da una mano maschile, si trasforma in un paesaggio in perpetua evoluzione, “governato da leggi sconosciute”, comincia “Il deserto” (La Nuova Frontiera, pag. 251 e. 17) dell'argentino Jorge Baron Biza: un romanzo fuori del comune, la cui apparizione sulla scena letteraria argentina, nel 1998, ha suscitato un notevole scalpore, sia perché rinnovava la memoria di un dramma realmente accaduto, sia per la qualità straordinaria di una prosa capace di avventurarsi, a tratti, nell'invenzione di una vera e propria interlingua che si ispira al cocoliche (il pidgin degli immigrati italiani nella zona rioplatense) e modella il lessico spagnolo sulle costruzioni sintattiche dell'inglese o del tedesco, lingue parlate da alcuni personaggi. Una vera sfida, questa inserzione di brani che sembrano alludere all'impossibilità di una lingua letteraria, cui un traduttore d'eccezione come Gina Maneri ha saputo trovare soluzioni brillanti ed equilibrate.

giovedì 3 marzo 2016

Da leggere: per chi ama il "rosa": Florencia Bonelli

Florencia Bonelli


Per chi ama il "rosa", passioni e storia patria dall'Argentina.

Prima o poi doveva succedere: dopo aver spremuto l'immenso catalogo del rosa inglese e americano, l'industria editoriale italiana ha deciso di lanciare le sue reti anche altrove, in cerca di titoli per un mercato in perenne mutamento, ma che non conosce crisi (non a caso la nascita della Harper Collins Italia ha coinciso, nel 2015, con l'acquisto da parte del gruppo americano della Mondadori-Harlequin, depositaria per un trentennio del marchio Harmony). Uno dei frutti di questa pesca miracolosa è la recentissima apparizione negli Omnibus Mondadori di “Il profumo dell'orchidea”, romanzo fiume dell'argentina Florencia Bonelli, una bella signora ultraquarantenne con diciotto titoli e due milioni di copie al suo attivo, che in patria può contare su un esercito di furibonde appassionate, pronte ad accorrere da ogni parte del paese alla Fiera del libro di Buenos Aires per incontrare l'autrice e rinsaldare il legame già instaurato via e-mail (la Bonelli risponde personalmente a tutte le sue fans). Più simili a groupies che a lettrici, alcune si presentano con le unghie dipinte nei colori delle copertine preferite, altre portano fiori alla loro divinità personale, e tutte insieme formano una comunità in insaziabile attesa dei nuovi titoli: un fenomeno non da poco in un paese dove l'offerta rosa è assai nutrita, vista la quotidiana proposta di infinite telenovelas.

mercoledì 10 febbraio 2016

Da leggere,da tradurre: la voce degli hijos

  
                                      Raquel Robles                                                                                      Félix Bruzzone             


DA LEGGERE, DA TRADURRE: la voce degli hijos

E' il cinque aprile del 1976, e una bambina dorme tranquilla nella sua stanza, a Buenos Aires. Quando è andata a letto ogni cosa era al suo posto: i giocattoli, i libri, le porte chiuse, il silenzio notturno. Al risveglio, però, scoprirà che i suoi non ci sono più: è dunque successo quello che si temeva da quando i militari hanno preso il potere, e che, nelle conversazioni sussurrate degli adulti, i più piccoli hanno sentito chiamare il Peggio?
Incappucciati e portati via su una delle Ford Falcon verdi usate per i sequestri di regime, i genitori non riappariranno mai più, e a poco a poco questa assenza declinerà verso la certezza della loro morte: ma adesso la bambina vuole credere che torneranno, e si prepara a resistere. Sarà, in segreto, una combattente montonera, istruirà il fratellino perché diventi il suo compagno di lotta, e in casa degli zii (due comunisti per i quali non esistono “né Dio né Perón”), tra una nonna paterna che non smette di piangere e di guardare dalla finestra, e una materna che porta scarpe enormi e dice cose insensate, vivrà una vita fatta di segreti, finzioni, lampi di memoria, solitudine, perdite che sembrano replicare all'infinito quella dei genitori. 

mercoledì 27 gennaio 2016

Da leggere: Roberto Bolaño



Roberto Bolaño

La lunga notte di Roberto Bolaño

Come ben sa l'appassionato circolo dei lettori di Roberto Bolaño, è al grande successo di “I detective selvaggi” e soprattutto a quello travolgente di “2666” che lo scrittore cileno deve la sua canonizzazione postuma, che gli ha cucito addosso un'immagine a metà tra l'artista maledetto, l'esiliato politico che non fu mai e il vagabondo beatnik che voleva essere nell'adolescenza. A tredici anni dalla scomparsa dell'autore e mentre i suoi romanzi continuano a essere ristampati, l'unanimità che lo circonda viene però incrinata sempre più spesso da segnali di “debolañizzazione” provenienti dalla Spagna e dall'America latina.