lunedì 15 giugno 2015

Anniversarii e addii: Juan José Saer



 Juan José Saer

Juan José Saer, Parigi, 11 giugno 2005.

Conferenze, dibattiti, articoli sulle pagine culturali dei più importanti quotidiani di lingua spagnola: quelli destinati a celebrare il decimo anniversario della scomparsa di Juan José Saer, nato nel 1937 e morto a Parigi l'11 giugno del 2005; sono omaggi discreti, in armonia con il “profilo basso” che lo scrittore scelse di tenere nel corso dei suoi sessantasette anni di vita, assorto com'era nella costruzione di un'opera imponente e densa, fuori del comune e ormai inserita nel pantheon dei classici. Chiunque lo conoscesse sapeva del resto che Saer, pur non sottraendosi al confronto - i suoi giudizi, severissimi e taglienti, sfociavano spesso in dure polemiche - , non era né voleva essere uno di quegli autori-personaggio la cui onnipresenza sovrasta la scrittura e al tempo stesso la “promuove”, rendendola adeguatamente consumabile. E chissà se lo avrebbe divertito (oppure no) scoprire che oggi chi compra nelle librerie spagnole o alla Feria del Libro di Madrid la nuova edizione del suo superbo romanzo Glosa - apparso per la prima volta nel 1985 e riproposto proprio in coincidenza con il decennale - riceve in dono un opuscolo intitolato Universo Saer: una trentina di pagine con spunti critici sul suo lavoro, organizzati per temi. Una sorta di piccola guida, insomma, destinata “al profano della materia, per scoprire con intensità diversi aspetti della scrittura e del pensiero” dell'autore, sostiene la Editorial Rayo Verde, eccellente casa editrice barcellonese nata solo tre anni anni fa, che con questo ricorso a un quasi affettuoso soft marketing sembra sottintendere una sottile sfiducia nel lettore medio, probabilmente ignaro dell'esistenza di qualcuno del quale Ricardo Piglia ha detto: “... i suoi testi sono indimenticabili e dureranno quanto la lingua in cui sono scritti”.

mercoledì 3 giugno 2015

Anniversari e addii: Martín Adán



 Martín Adán


Martín Adán, una vita nascosta


Si chiamava Rafael de la Fuente Benavides ed era nato nel 1908 in un'enorme casa di calle Corazón de Jesús, nel cuore di Lima, dove visse con una terribile zia dopo aver perso ancora bambino i genitori e il fratello. La sua era una famiglia borghese e agiata, la cui lenta rovina gli lasciò solo una piccola rendita sufficiente per vivere al limite della miseria. Mantenere un impiego qualunque gli era impossibile, per via delle frequenti crisi depressive e soprattutto dell'alcolismo in cui era perdutamente sprofondato, uscendone a tratti durante i lunghi ricoveri volontari in manicomio e in cliniche psichiatriche, ma finendo sempre per precipitarvi di nuovo. Una vita oscura, la sua, trascorsa per scelta in estrema solitudine e conclusa nel 1985, mentre a vegliarlo c'era l'amico di sempre Juan Mejía Baca, libraio-editore, che conosceva meglio di chiunque la sua ritrosia, gli anni trascorsi tra pensioni miserabili e poveri alberghetti, le ragioni di un isolamento così assoluto e dell'autoesilio in strutture psichiatriche quali l'ospedale Larco Herrera, la sua unica vera casa, dove non era un paziente ma piuttosto un ospite libero di andare e venire. E libero, soprattutto, di scrivere: perché, con il nome di Martín Adán, Rafael de la Fuente è stato ed è uno dei più grandi poeti latinoamericani del '900, figura di spicco del gruppo di scrittori che nel primo ventennio del secolo scorso irruppero nella scena letteraria peruviana, sospinti da un vento nuovo arrivato dall'Europa, ma filtrato costantemente attraverso l'esperienza e la sensibilità locale. 

Da leggere: Martín Caparrós



 
 Martín Caparrós

Martín Caparrós, “Perche se non lo facessi mi odierei”.

Quando, nell'ottobre del 1940, i nazisti imprigionarono i cinquecentomila ebrei di Varsavia in un ghetto di tre chilometri quadrati, oltre che dello spazio, della dignità e della libertà li privarono del cibo. Un minuzioso programma (Der Hungerplan) prevedeva infatti che gli “indesiderabili” dei paesi occupati ricevessero solo minime quantità di nutrimento e finissero per scomparire grazie alla pura e semplice fame: “della questione ebraica rimarrà soltanto un cimitero” scriveva il governatore tedesco. Fu allora che alcuni medici ebrei, nell'impossibilità di salvare i propri pazienti, diedero il via a un vero e proprio programma di indagini cliniche, riunendosi clandestinamente in un cimitero fino a elaborare un piccolo trattato sull'inedia dalla ricca casistica, che venne contrabbandato all'esterno e infine pubblicato nel 1946, perché altri studiosi potessero servirsene.

martedì 2 giugno 2015

Anniversari e addii: Osvaldo Lamborghini



 Osvaldo Lamborghini

Osvaldo Lamborghini, trent'anni dopo


Non è durato molto il “rivoluzionario reset” del MACBA, il Museu d'Art Contemporani di Barcellona, annunciato poco più di un anno fa dal suo direttore Bartomeu Marí, il cui regno ha conosciuto successi e controversie, nonché la necessità di far fronte al taglio dei finanziamenti pubblici. E proprio le diminuite risorse economiche hanno spinto Marí a puntare su un rinnovamento dei contenuti, capace di far circolare aria nuova nel candido cubo progettato dall'architetto Richard Meyer e piazzato nel cuore del Raval, il vecchio barrio chino devastato dal turismo, eppure mai veramente addomesticato. Il nuovo corso era affidato a consulenti di prestigio quali lo storico dell'arte Valentí Roma e il filosofo Paul B. Preciado (noto, fino a non molto tempo fa, come Beatriz Preciado, attivista queer e autrice del Manifiesto Contra-sexual), alla cui iniziativa si devono mostre come la splendida La pasión segun Carol Rama, o La Bestia y el soberano, coprodotta con il Württembergischer Kunstverein di Stoccarda, fin troppo chiacchierata per via di una scultura che ritrae l'ex re Juan Carlos sodomizzato da una minatrice boliviana e causa di un maldestro tentativo di censura da parte di Marì, delle sue dimissioni e del licenziamento dei due collaboratori.