lunedì 13 aprile 2015

Da leggere: Alejandro Zambra



  
 Alejandro Zambra

“Mio padre era un computer, mia madre una macchina da scrivere”.
Tre raccolte di poesia, tre romanzi marcatamente caratterizzati da quella brevità che è una delle cifre stilistiche di tanta letteratura ispanoamericana del passato e del presente (due di essi, “Bonsai” e “Modi di tornare a casa”, sono apparsi in italiano rispettivamente da Neri Pozza e Mondadori), un bel saggio intitolato No leer e nato dall'attività di critico e recensore: a tutto questo il quarantenne Alejandro Zambra, professore di letteratura all'Università Diego Portales e forse lo scrittore cileno più tradotto all'estero e più celebrato della sua generazione, ha appena aggiunto i “I miei documenti” (Sellerio, pag.216, e.15; l'ottima traduzione è di Maria Nicola), in cui sono raccolti undici racconti che, pur sconfinando a volte nella pura e semplice annotazione diaristica o in una sorta di cronaca fin troppo evanescente, confermano tanto l'eleganza e la sobrietà di una scrittura ingannevolmente “naturale”, quanto la chiara impronta autobiografica della narrativa di un autore definito “di stupefacente talento” dalla The New York Times Book Review.

Da leggere: Roberto Arlt

 
 Roberto Arlt

 Arlt l'estremista

“Erdosain fissò un attimo gli occhi sul viso romboidale dell'altro; quindi, sorridendo con aria scherzosa, disse: - Lo sa che lei somiglia a Lenin?.

E, prima che l'Astrologo potesse rispondergli, se ne andò”.

“L'Astrologo restò a guardare Erdosain che si allontanava, attese che voltasse l'angolo ed entrò nel giardino della villa, mormorando: - Sì... ma Lenin sapeva verso cosa stava andando.”

I due paragrafi, perfettamente consecutivi, sembrano far parte di un unico testo, e invece no: il primo conclude “I sette pazzi” di Roberto Arlt, apparso per la prima volta nel 1929, e il secondo “I lanciafiamme”, che l'autore pubblicò due anni dopo, sottolineando nella prefazione – che è anche una sorta di manifesto sul suo modo di concepire la letteratura come “cross alla mandibola del lettore”  – la continuità tra i due romanzi, così assoluta da poterli in realtà considerare uno solo, in cui vengono narrate le vicende di un gruppo di personaggi che, guidati da un leader improbabile come il misterioso Astrologo, si riuniscono in una ancor più improbabile società segreta decisa a finanziarsi tramite una rete di bordelli e a scatenare la rivoluzione in un'Argentina inquieta e delusa.

martedì 7 aprile 2015

Da tradurre: Hilda Mundy


 Hilda Mundy
Hilda Mundy, un segreto ben custodito

Si chiama Los libros de la Mujer Rota (il riferimento a “Una donna spezzata” di Simone de Beauvoir non potrebbe essere più esplicito) ed è una nuova arrivata nel panorama della microeditoria latinoamericana, vero arcipelago di isolotti vulcanici che emergono all'improvviso in un oceano presidiato da leviatani quali Penguin-Random House o Planeta, grandi e voraci gruppi stranieri cui fa capo buona parte dell'editoria locale. Creata da una scrittrice cilena, Claudia Aplabaza, giovane e già piuttosto nota per i suoi romanzi e racconti (Diario de las especies, Siempre te creíste la Virginia Woolf, Goo y el amor), la piccola editorial può contare sull'esperienza che la sua fondatrice ha maturato nelle Ediciones Barataria durante gli anni vissuti a Barcellona, e si fa conoscere tramite un sito elegante e disadorno, ancora semivuoto ma già abitato da un'ambiziosa dichiarazione di intenti e dall'annuncio dell'uscita, pochi giorni fa, di Pirotecnia. Ensayo miedoso de literatura ultraísta di Hilda Mundy, il primo libro del catalogo. E che libro: un  “pezzo scelto”, come si legge sulla raffinata copertina rossa, ma soprattutto un pezzo raro, che, con il supporto del prologo di Edmundo Paz Soldán, riporta alla luce l'opera di un'autrice boliviana praticamente sconosciuta al di fuori del suo paese, dove, peraltro, è nota soprattutto a critici e intellettuali sufficientemente curiosi.