giovedì 17 dicembre 2015

Da leggere: Juan Benet



Juan Benet

Juan Benet, un maestro senza epigoni né eredi

Quello di Juan Benet, morto a 65 anni nella Madrid dov'era nato nel 1927, è un nome poco familiare ai lettori italiani, a meno che non abbiano frequentato intensamente la letteratura spagnola del '900, mai troppo popolare nel nostro paese. Eppure tra il 1990 e il 1994 editori come Adelphi, Marcos y Marcos, Garzanti e soprattutto Guida hanno pubblicato parte della copiosa produzione narrativa e saggistica di un autore considerato tra i più importanti e influenti del secondo '900, come non si stanca di ricordare Javier Marías, che lo conobbe a diciotto anni (Benet ne aveva, allora, più di quaranta) e che ancora oggi, benché il loro cammino letterario abbia preso vie diverse, ne parla come del proprio maestro e mentore.

sabato 14 novembre 2015

Da leggere: Adrián Bravi

Adrián Bravi

L'Argentina sott'acqua di Adrián Bravi

Entre Ríos è una provincia argentina attraversata da migliaia di corsi d'acqua grandi e piccoli e incuneata tra due grandi fiumi, il Paraná e l'Uruguay: quasi un'isola, dove la lingua dei cosiddetti alemanes del Volga viene ancora parlata dai discendenti delle comunità tedesche insediate in certe zone della Russia, e poi emigrate in terre infinitamente diverse e lontane; ma anche l'italiano, l'yiddish, l'arabo hanno lasciato tracce evidenti nel complesso intreccio linguistico di un territorio che la grande ondata migratoria europea dei secoli scorsi ha popolato di colonie agricole, piccole città e paesini sperduti.

lunedì 9 novembre 2015

Anniversari e addii: Antonio Dal Masetto

Antonio Dal Masetto

El Tano se fué

Non molti, forse, si ricordano di “Emigrantes”, il primo dei nove film che Aldo Fabrizi scrisse, diresse e interpretò tra il 1949 e il 1957: la storia del muratore Giuseppe Borbone e della sua famiglia era schematica quanto ingenua, ma rifletteva un fenomeno reale, favorito dagli accordi stipulati nel secondo dopoguerra tra l'Italia e l'Argentina per fornire mano d'opera qualificata ai progetti di sviluppo economico del governo Perón. Dal '47 al '51, 300.000 italiani si aggiunsero agli oltre due milioni già partiti in anni lontani per la “terra promessa”, anche se stavolta, a differenza del passato, un buon 60% decise di tornare indietro, proprio come il protagonista del film e sua moglie Adele (Ave Ninchi), che nel nuovo paese si ammala di nostalgia, mentre il marito arriva a ordire un goffo imbroglio pur di trovare i soldi per il rientro in patria.

lunedì 19 ottobre 2015

Da leggere: Juan José Saer

Juan José Saer

Juan José Saer, l’arcano

Anche i lettori italiani, grazie alle traduzioni degli ultimi anni, riconoscono ormai l'argentino Juan José Saer come uno dei più grandi scrittori contemporanei, ma non tutti, forse, ricordano che la sua prima opera apparsa nella nostra lingua è “L'arcano”, riproposta oggi da La Nuova Frontiera (pag.159, e. 15,50) nella stessa ottima versione curata nel '94 per Giunti da un'ispanista sperimentata come Luisa Pranzetti: un romanzo pubblicato contemporaneamente in spagnolo e francese oltre un decennio prima, arrivato da noi in ritardo (o forse troppo in anticipo, vista l'indifferenza con cui venne accolto), e che aveva segnato una svolta nel percorso di uno scrittore la cui grandezza cominciava appena a essere intuita dalla critica.

lunedì 5 ottobre 2015

Da leggere: Oswaldo Reynoso



 
 Oswaldo Reynoso
 
Un classico vivente

Ottobre, a Lima, è il mese in cui immense processioni attraversano la città, accompagnate dalla musica della banda, dai fumi dell'incenso e del cibo venduto a ogni angolo, dai canti e dagli applausi rivolti al Señor de los Milagros, copia su tela di una figura miracolosa che da trecento anni viene portata a spalla per le strade. L' immagine originale, un Cristo crocifisso dipinto nel diciassettesimo secolo da uno dei tanti schiavi africani, venne giudicata miracolosa dopo che il fragile muro di adobe su cui era dipinta resistette a due terremoti, e oggi il Signore dei Miracoli è il patrono ufficiale dei peruviani “residenti e migranti”, che accompagna in ogni angolo del mondo i suoi fedeli, tradizionalmente vestiti di viola cupo e bianco.

giovedì 24 settembre 2015

Anniversari e Addii: Carmen Balcells


 


 Carmen Balcells

ANNIVERSARI E ADDII: Addio a Carmen Balcells 

Carmen Balcells, colei che l'editore catalano Carlos Barral definiva “la superagente letteraria” (“con licenza di uccidere”, chiosava Manuel Vázquez Montalbán) è morta nel sonno lunedì, nella sua bella casa di Sarrià, a Barcellona: aveva ottancinque anni, e, anche se da molto tempo era costretta su una sedia a rotelle, la sua vitalità e il suo spirito erano tali da indurre chi la conosceva a credere che i funerali della Mamá Grande si sarebbero celebrati in un futuro così lontano da farle sfiorare l'immortalità. E invece il funerale verrà ora celebrato, in forma privatissima e, per sua volontà, senza alcuna veglia funebre, a Santa Fe de Dalt, il villaggio in provincia di Lleida dov'era nata nell'agosto del 1930 in una famiglia di piccoli proprietari terrieri e da dove era partita, forte solo di un modesto diploma, per stabilirsi a Barcellona, la città in cui sarebbe diventata un personaggio leggendario.

lunedì 24 agosto 2015

Da leggere: Victor Català



Victor Català
 
Victor Català, uno scrittore en travesti
 

Non sono poche le scrittrici che, nel corso del tempo, hanno scelto per le più diverse ragioni uno pseudonimo maschile; nel caso di Caterina Albert i Paradìs, nata sulle coste della Catalogna nel 1869, la ragione e l'occasione per trasformarsi in Victor Català vennero dallo scandalo suscitato da La infanticida, un suo monologo premiato a Olot nel 1898, durante il certamen dei Joc Florals: davvero era stata una ragazza di provincia, figlia di un noto possidente e deputato repubblicano, a scrivere quel testo violento, quasi feroce, in cui una giovane contadina narrava l'uccisione della figlia partorita in segreto, dopo una gravidanza nascosta agli occhi dei familiari? E chissà cosa avrebbero pensato i giudici, se avessero saputo che, prima di mettersi a scrivere, la coscienziosa signorina Albert si era informata presso un mugnaio sulle possibilità di sopravvivenza di un neonato, in caso lo gettassero nella gora del mulino.

sabato 18 luglio 2015

Da leggere: Alejandra Pizarnik

Alejandra Pizarnik

Alejandra, la figlia dell'insonnia

Poche riedizioni, pochi recuperi, tra i molti cui l'editoria attuale ci ha abituato, appaiono altrettanto opportuni di quello che consente oggi un ritorno in libreria di La figlia dell'insonnia (Crocetti pag. 190, e. 14), ampia scelta dei versi di Alejandra Pizarnik a cura di Claudio Cinti, con un testo del poeta surrealista argentino Enrique Molina e il breve prologo che Octavio Paz scrisse per una delle raccolte più importanti dell'autrice, Albero di Diana. Già pubblicata nel 2004, l'antologia era ormai introvabile, e il suo ritorno è in sintonia con l'interesse crescente, nel nostro paese, nei confronti di una figura quasi leggendaria attorno alla quale si è addensata un'enorme mole di indagini critiche, interpretazioni e studi, ma che viene spesso affrontata in modo superficiale e stereotipato, al punto che solo oggi, a quarantre anni dalla morte, la foresta di luoghi comuni cresciutale intorno è stata in parte disboscata, grazie anche alla pubblicazione dell'epistolario (alla prima edizione del 1998 se ne sono aggiunte altre due via via più ricche) e dei monumentali Diari in edizione definitiva (1100 le pagine del volume uscito nel 2013 per mano di Ana Becciu, che dell'opera di Alejandra è la curatrice), finalmente liberi dalle prudenti censure che nel 2001 avevano espunto moltissime annotazioni considerate eccessivamente intime.

Da leggere: Hebe Uhart



Hebe Uhart

Hebe Uhart, il romanzo breve di una maestra del racconto

Racconta la scrittrice Mariana Enriquez che non molti anni fa, in uno storico hotel argentino, si tenne un convegno cui parteciparono tra gli altri Rodolfo Fogwill ed Hebe Uhart, due autori agli antipodi. Fogwill, scrittore straordinario e critico severissimo, accolse la Uhart ripetendo a gran voce un giudizio che aveva espresso più volte e che, venendo da lui, rappresentava una consacrazione: “La migliore scrittrice argentina!”. Lei, schiva e riservata, rispose con un secco: “Dejate de joder”. Ma Fogwill, scomparso nel 2010, in un certo senso non ha mai smesso di joder”, perché quell'apprezzamento riaffiora ancora oggi in tutti gli articoli sulla scrittrice e nelle quarte di copertina dei suoi libri, compresa quella di “Traslochi”, piccolo romanzo uscito per la prima volta nel 1995 e ora apparso in italiano per la nuova collana Calabuig della Jaca Book, nell'ottima versione di Maria Nicola (pag. 120, e. 12).

Da leggere: Manuel Chaves Nogales

Manuel Chaves Nogales



Le Bestie, gli Eroi e i Martiri di Manuel Chaves Nogales

In un'Europa senza memoria chi si ricorda, oggi, dei campi di concentramento in cui settantasei anni fa la Francia rinchiuse gli spagnoli in fuga, dopo la definitiva sconfitta della Repubblica? “Disfatti, malridotti, furiosi, schiacciati, con la barba lunga, non lavati, sporchi, sudati, stanchi” e tuttavia “il meglio della Spagna” (così li racconta Max Aub), nel giro di tre settimane quasi cinquecentomila profughi varcarono la frontiera a piedi o con mezzi di fortuna e vennero poi stipati nei campi di Argelés-sur-mer, Barm, Gurs, Saint Cyprien e altri ancora, in condizioni definite atroci dallo scrittore catalano-messicano Jordi Soler, figlio e nipote di rifugiati, che ha evocato sul quotidiano El País la memoria di “una pagina oscura della storia di Francia cancellata dalla storia ufficiale”, per poi aggiungere: “Sembra che nel modo di trattare i migranti operi una sinistra simmetria... I cadaveri sospinti dalla onde sulle spiagge di Lampedusa sono l'eco nefasta di quelli che giacevano, non troppo tempo fa, sulla spiaggia di Argelés-sur-mer”.

lunedì 15 giugno 2015

Anniversarii e addii: Juan José Saer



 Juan José Saer

Juan José Saer, Parigi, 11 giugno 2005.

Conferenze, dibattiti, articoli sulle pagine culturali dei più importanti quotidiani di lingua spagnola: quelli destinati a celebrare il decimo anniversario della scomparsa di Juan José Saer, nato nel 1937 e morto a Parigi l'11 giugno del 2005; sono omaggi discreti, in armonia con il “profilo basso” che lo scrittore scelse di tenere nel corso dei suoi sessantasette anni di vita, assorto com'era nella costruzione di un'opera imponente e densa, fuori del comune e ormai inserita nel pantheon dei classici. Chiunque lo conoscesse sapeva del resto che Saer, pur non sottraendosi al confronto - i suoi giudizi, severissimi e taglienti, sfociavano spesso in dure polemiche - , non era né voleva essere uno di quegli autori-personaggio la cui onnipresenza sovrasta la scrittura e al tempo stesso la “promuove”, rendendola adeguatamente consumabile. E chissà se lo avrebbe divertito (oppure no) scoprire che oggi chi compra nelle librerie spagnole o alla Feria del Libro di Madrid la nuova edizione del suo superbo romanzo Glosa - apparso per la prima volta nel 1985 e riproposto proprio in coincidenza con il decennale - riceve in dono un opuscolo intitolato Universo Saer: una trentina di pagine con spunti critici sul suo lavoro, organizzati per temi. Una sorta di piccola guida, insomma, destinata “al profano della materia, per scoprire con intensità diversi aspetti della scrittura e del pensiero” dell'autore, sostiene la Editorial Rayo Verde, eccellente casa editrice barcellonese nata solo tre anni anni fa, che con questo ricorso a un quasi affettuoso soft marketing sembra sottintendere una sottile sfiducia nel lettore medio, probabilmente ignaro dell'esistenza di qualcuno del quale Ricardo Piglia ha detto: “... i suoi testi sono indimenticabili e dureranno quanto la lingua in cui sono scritti”.

mercoledì 3 giugno 2015

Anniversari e addii: Martín Adán



 Martín Adán


Martín Adán, una vita nascosta


Si chiamava Rafael de la Fuente Benavides ed era nato nel 1908 in un'enorme casa di calle Corazón de Jesús, nel cuore di Lima, dove visse con una terribile zia dopo aver perso ancora bambino i genitori e il fratello. La sua era una famiglia borghese e agiata, la cui lenta rovina gli lasciò solo una piccola rendita sufficiente per vivere al limite della miseria. Mantenere un impiego qualunque gli era impossibile, per via delle frequenti crisi depressive e soprattutto dell'alcolismo in cui era perdutamente sprofondato, uscendone a tratti durante i lunghi ricoveri volontari in manicomio e in cliniche psichiatriche, ma finendo sempre per precipitarvi di nuovo. Una vita oscura, la sua, trascorsa per scelta in estrema solitudine e conclusa nel 1985, mentre a vegliarlo c'era l'amico di sempre Juan Mejía Baca, libraio-editore, che conosceva meglio di chiunque la sua ritrosia, gli anni trascorsi tra pensioni miserabili e poveri alberghetti, le ragioni di un isolamento così assoluto e dell'autoesilio in strutture psichiatriche quali l'ospedale Larco Herrera, la sua unica vera casa, dove non era un paziente ma piuttosto un ospite libero di andare e venire. E libero, soprattutto, di scrivere: perché, con il nome di Martín Adán, Rafael de la Fuente è stato ed è uno dei più grandi poeti latinoamericani del '900, figura di spicco del gruppo di scrittori che nel primo ventennio del secolo scorso irruppero nella scena letteraria peruviana, sospinti da un vento nuovo arrivato dall'Europa, ma filtrato costantemente attraverso l'esperienza e la sensibilità locale. 

Da leggere: Martín Caparrós



 
 Martín Caparrós

Martín Caparrós, “Perche se non lo facessi mi odierei”.

Quando, nell'ottobre del 1940, i nazisti imprigionarono i cinquecentomila ebrei di Varsavia in un ghetto di tre chilometri quadrati, oltre che dello spazio, della dignità e della libertà li privarono del cibo. Un minuzioso programma (Der Hungerplan) prevedeva infatti che gli “indesiderabili” dei paesi occupati ricevessero solo minime quantità di nutrimento e finissero per scomparire grazie alla pura e semplice fame: “della questione ebraica rimarrà soltanto un cimitero” scriveva il governatore tedesco. Fu allora che alcuni medici ebrei, nell'impossibilità di salvare i propri pazienti, diedero il via a un vero e proprio programma di indagini cliniche, riunendosi clandestinamente in un cimitero fino a elaborare un piccolo trattato sull'inedia dalla ricca casistica, che venne contrabbandato all'esterno e infine pubblicato nel 1946, perché altri studiosi potessero servirsene.

martedì 2 giugno 2015

Anniversari e addii: Osvaldo Lamborghini



 Osvaldo Lamborghini

Osvaldo Lamborghini, trent'anni dopo


Non è durato molto il “rivoluzionario reset” del MACBA, il Museu d'Art Contemporani di Barcellona, annunciato poco più di un anno fa dal suo direttore Bartomeu Marí, il cui regno ha conosciuto successi e controversie, nonché la necessità di far fronte al taglio dei finanziamenti pubblici. E proprio le diminuite risorse economiche hanno spinto Marí a puntare su un rinnovamento dei contenuti, capace di far circolare aria nuova nel candido cubo progettato dall'architetto Richard Meyer e piazzato nel cuore del Raval, il vecchio barrio chino devastato dal turismo, eppure mai veramente addomesticato. Il nuovo corso era affidato a consulenti di prestigio quali lo storico dell'arte Valentí Roma e il filosofo Paul B. Preciado (noto, fino a non molto tempo fa, come Beatriz Preciado, attivista queer e autrice del Manifiesto Contra-sexual), alla cui iniziativa si devono mostre come la splendida La pasión segun Carol Rama, o La Bestia y el soberano, coprodotta con il Württembergischer Kunstverein di Stoccarda, fin troppo chiacchierata per via di una scultura che ritrae l'ex re Juan Carlos sodomizzato da una minatrice boliviana e causa di un maldestro tentativo di censura da parte di Marì, delle sue dimissioni e del licenziamento dei due collaboratori.

lunedì 13 aprile 2015

Da leggere: Alejandro Zambra



  
 Alejandro Zambra

“Mio padre era un computer, mia madre una macchina da scrivere”.
Tre raccolte di poesia, tre romanzi marcatamente caratterizzati da quella brevità che è una delle cifre stilistiche di tanta letteratura ispanoamericana del passato e del presente (due di essi, “Bonsai” e “Modi di tornare a casa”, sono apparsi in italiano rispettivamente da Neri Pozza e Mondadori), un bel saggio intitolato No leer e nato dall'attività di critico e recensore: a tutto questo il quarantenne Alejandro Zambra, professore di letteratura all'Università Diego Portales e forse lo scrittore cileno più tradotto all'estero e più celebrato della sua generazione, ha appena aggiunto i “I miei documenti” (Sellerio, pag.216, e.15; l'ottima traduzione è di Maria Nicola), in cui sono raccolti undici racconti che, pur sconfinando a volte nella pura e semplice annotazione diaristica o in una sorta di cronaca fin troppo evanescente, confermano tanto l'eleganza e la sobrietà di una scrittura ingannevolmente “naturale”, quanto la chiara impronta autobiografica della narrativa di un autore definito “di stupefacente talento” dalla The New York Times Book Review.

Da leggere: Roberto Arlt

 
 Roberto Arlt

 Arlt l'estremista

“Erdosain fissò un attimo gli occhi sul viso romboidale dell'altro; quindi, sorridendo con aria scherzosa, disse: - Lo sa che lei somiglia a Lenin?.

E, prima che l'Astrologo potesse rispondergli, se ne andò”.

“L'Astrologo restò a guardare Erdosain che si allontanava, attese che voltasse l'angolo ed entrò nel giardino della villa, mormorando: - Sì... ma Lenin sapeva verso cosa stava andando.”

I due paragrafi, perfettamente consecutivi, sembrano far parte di un unico testo, e invece no: il primo conclude “I sette pazzi” di Roberto Arlt, apparso per la prima volta nel 1929, e il secondo “I lanciafiamme”, che l'autore pubblicò due anni dopo, sottolineando nella prefazione – che è anche una sorta di manifesto sul suo modo di concepire la letteratura come “cross alla mandibola del lettore”  – la continuità tra i due romanzi, così assoluta da poterli in realtà considerare uno solo, in cui vengono narrate le vicende di un gruppo di personaggi che, guidati da un leader improbabile come il misterioso Astrologo, si riuniscono in una ancor più improbabile società segreta decisa a finanziarsi tramite una rete di bordelli e a scatenare la rivoluzione in un'Argentina inquieta e delusa.

martedì 7 aprile 2015

Da tradurre: Hilda Mundy


 Hilda Mundy
Hilda Mundy, un segreto ben custodito

Si chiama Los libros de la Mujer Rota (il riferimento a “Una donna spezzata” di Simone de Beauvoir non potrebbe essere più esplicito) ed è una nuova arrivata nel panorama della microeditoria latinoamericana, vero arcipelago di isolotti vulcanici che emergono all'improvviso in un oceano presidiato da leviatani quali Penguin-Random House o Planeta, grandi e voraci gruppi stranieri cui fa capo buona parte dell'editoria locale. Creata da una scrittrice cilena, Claudia Aplabaza, giovane e già piuttosto nota per i suoi romanzi e racconti (Diario de las especies, Siempre te creíste la Virginia Woolf, Goo y el amor), la piccola editorial può contare sull'esperienza che la sua fondatrice ha maturato nelle Ediciones Barataria durante gli anni vissuti a Barcellona, e si fa conoscere tramite un sito elegante e disadorno, ancora semivuoto ma già abitato da un'ambiziosa dichiarazione di intenti e dall'annuncio dell'uscita, pochi giorni fa, di Pirotecnia. Ensayo miedoso de literatura ultraísta di Hilda Mundy, il primo libro del catalogo. E che libro: un  “pezzo scelto”, come si legge sulla raffinata copertina rossa, ma soprattutto un pezzo raro, che, con il supporto del prologo di Edmundo Paz Soldán, riporta alla luce l'opera di un'autrice boliviana praticamente sconosciuta al di fuori del suo paese, dove, peraltro, è nota soprattutto a critici e intellettuali sufficientemente curiosi.

lunedì 9 marzo 2015

Da leggere: Daniel Sada

 

Daniel Sada

Il gioco del linguaggio di Daniel Sada

“Davanti agli oltre centomila omicidi e ai trentamila desaparecidos provocati dalla presunta “guerra” contro le droghe del presidente Felipe Calderón, la narrativa messicana non è stata all'altezza della catastrofe politica che si nasconde in ciò che con eccessiva disinvoltura chiamiamo narco. (...) Com'è frequente nella musica popolare, nel cinema e nell'arte concettuale sul narco, la maggioranza dei narcoromanzi scritti nella prima decade del XXI secolo affrontano il fenomeno in modo politicamente neutro”..

giovedì 5 marzo 2015

Anniversari e Addii: Francisco “Paco” González Ledesma

Francisco “Paco” González Ledesma



Per le strade di Barcellona

Per innumerevoli lettori degli anni'50 e '60 era Silver Kane, popolarissimo autore di almeno un migliaio di western abilmente costruiti; per le divoratrici di romanzi sentimentali, invece, in quello stesso periodo era Rosa Alcázar o Silvia Valdemar, entrambe instancabili confezionatrici di storie d'amore a lieto fine; per chi preferiva la suspense si chiamava Taylor Mummy, e molti anni dopo sarebbe diventato Enrique Moriel, a beneficio di quanti apprezzano i più esoterici misteri del fantastico urbano.

lunedì 9 febbraio 2015

Da leggere: Edmundo Paz Soldán

 

 Edmundo Paz Soldán

Un romanzo di formazione nella Bolivia degli anni '80

Della letteratura boliviana poco si sa, in Europa quanto nei paesi di lingua spagnola, nonostante un'indubbia ricchezza che, accanto a testi ormai ritenuti canonici, offre incontri imprevisti come quello con Hilda Mundy, autrice di un unico libro nel solco dell'ultraismo (tanto più sorprendente in un paese che con l'avanguardia ha avuto poco a che fare), o con la prosa alcolica e sconvolgente di Victor Hugo Viscarra, la cui voce arriva da una marginalità estrema vissuta fino all'ultimo per le strade di La Paz. Ben poche sono le traduzioni, dunque, in Italia come altrove, anche se da noi sono arrivati almeno Jaime Saenz, il più importante scrittore boliviano del '900 (Crocetti ha pubblicato l'imponente “Felipe Delgado”, romanzo singolarissimo di oltre 600 pagine), Jesús Urzagasti (sempre di Crocetti è l'edizione italiana della sua obra maestra, “Tirinea”), il poeta Pedro Shimose, proposto da Sinopia, e pochi altri, quasi sempre tradotti con grandissima competenza da Claudio Cinti.

mercoledì 28 gennaio 2015

Anniversari e addii: Pedro Lemebel

 

Pedro Lemebel

Pedro, amigo, el pueblo está con tigo.

Pedro Lemebel (1952- 2015)

Vestito di bianco, seduto su una sedia a rotelle e con la testa avvolta in una delle sue femminilissime sciarpe, qualche settimana fa Pedro Lemebel ha fatto una sorpresa a quanti si erano dati appuntamento per rendere omaggio alla sua vita e alla sua opera con un collage di letture e teatro intitolato Noche Macuca. Commosso e ormai silenzioso per via del cancro alla laringe che dopo quattro anni di ininterrotta battaglia gli aveva rubato la voce, Lemebel ha potuto così congedarsi dai suoi lettori e dalla folla di quanti lo amavano e lo accoglievano cantando: Pedro, amigo, el pueblo está con tigo. Giusto in tempo, perché colui che viene oggi riconosciuto come uno degli scrittori più significativi del panorama culturale cileno è morto lo scorso venerdì nella clinica dov'era ricoverato da mesi, e sabato è stato accompagnato al Cimitero Metropolitano di Santiago da un corteo in cui non mancavano, come sarebbe piaciuto a lui, musica, canzoni, bandiere rosse, lustrini e petali di rose spontaneamente sparsi dalle pergoleras, le fioraie della Recoleta.

lunedì 19 gennaio 2015

Da leggere: Julián Herbert

Julián Herbert

La ninna-nanna funebre di Julián Herbert
Non tutto, a questo mondo, si può tradurre, anche se bisogna provarci sempre e comunque per “dare almeno l'idea” di un'opera altrimenti irraggiungibile, come sosteneva il poeta (e ottimo traduttore) Ted Hughes. Ecco perché Canción de tumba del messicano Julián Herbert, apparso nel 2011 presso Random House- Mondadori e vincitore in quello stesso anno del  Premio Jaén de Novela, ha dovuto cambiare titolo man mano che il libro veniva tradotto in altri paesi: è quasi impossibile, infatti, suggerire in lingue diverse dallo spagnolo il rapporto tra la canción de cuna che le madri cantano ai bambini per addormentarli  e la funebre  ninna-nanna elaborata da Herbert accanto al letto della madre moribonda.