sabato 7 giugno 2014

Da leggere: Juan Rodolfo Wilcock


Juan Rodolfo Wilcock




 Segnali sul nulla

“Se non te ne vai subito da questo paese, sei perduto per sempre. C’è una nave che parte per l’Italia tra venticinque giorni, non è cara. Io la prenderò”. Così, nell’estate del 1955, Juan Rodolfo Wilcock (Buenos Aires 1919 – Lubriano 1978) annunciò al giovanissimo Hector Bianciotti la sua intenzione di tornare in Europa, dove aveva già vissuto tra il ’53 e il ’54 (a Londra era stato traduttore e collaboratore della BBC), e di lasciare per sempre l’Argentina, mosso dal disgusto per il peronismo e deluso da un paese che pure amava e dove lasciava amici devoti come Silvina Ocampo, cui lo univano una profonda affinità umana e letteraria e un’affettuosa frequentazione quotidiana.

Il ragazzo Hector, che lo aveva conosciuto nella ristretta cerchia del trio Borges-Bioy Casares-Ocampo, decise di seguire quel consiglio: i due viaggiarono sulla stessa nave, ma a bordo si videro appena e ripresero i contatti solo molti anni dopo, quando entrambi erano diventati cittadini di un altro paese e scrivevano in un’altra lingua. Ma se Bianciotti, stabilitosi a Parigi, viene oggi considerato un autore francese a tutti gli effetti e nel 1996 divenne Accademico di Francia, Wilcock ha avuto un diverso destino. Anche se il suo volontario sradicamento, divenuto definitivo nel 1957, l’aveva trasformato da poeta neoromantico legato alla generación del 40 in un raffinato e originalissimo prosatore italiano, nelle storie letterarie del nostro paese il nome di Juan Rodolfo Wilcock brilla per assenza, o viene citato solo per le molte, memorabili traduzioni dall’inglese e dal tedesco. Una rimozione severa, che in anni recenti ha contribuito a rendere i suoi libri quasi introvabili e noti solo ai lettori “divergenti” che frequentano i sentieri meno battuti. E una doppia rimozione, per di più, perché, se non è mai stato in discussione il suo contributo alla poesia del paese di origine (sei raccolte di versi intensamente lirici, la prima delle quali, apparsa nel 1940, venne considerata un autentico prodigio), solo dalla fine degli anni ’90 si è dato il via alla traduzione spagnola delle opere scritte in italiano.

Sembrerebbe, insomma, che su entrambe le sponde dell’oceano sia stato difficile, se non impossibile, riconoscere ed accettare l’identità multipla di un poeta che nasce in Argentina da padre inglese e madre svizzero-italiana, e di un narratore che muore quasi italiano (la cittadinanza gli verrà concessa post mortem), lasciandoci un’opera considerevole – romanzi, racconti, teatro, un’enorme corpus di articoli e recensioni, e infine gli splendidi Italienisches Liederbuch del 1974 – interamente scritta nella nostra lingua, maneggiata con incredibile maestria.

Ma può anche darsi che, come dice uno dei suoi amici di allora, il poeta Elio Pecora, alle radici di questa rimozione ci sia stato il rancore di un permalosissimo e provinciale establishment letterario che Wilcock non cessò mai di sbeffeggiare nei suoi articoli – fu per anni collaboratore di testate come “Tempo Presente”, “Il Mondo”, “L’Espresso”, “La Voce Repubblicana” – e nei crudeli raccontini raccolti in antologie quali Lo stereoscopio dei solitari, La sinagoga degli iconoclasti, Frau Teleprocu o Il libro dei mostri, tutte pubblicate da Adelphi tra il ’72 e il ’78. A meno che la causa di una così improvvida cancellazione – interrotta solo dagli interventi raccolti in Segnali sul nulla, volume curato nel 2002 da Roberto Deidier per le Edizioni Treccani – non risieda, più semplicemente, nella sua natura di anticonformista noncurante e inclassificabile, padrone di una cultura ampia e poliedrica (Wilcock, laureato in ingegneria, possedeva vaste competenze scientifiche e filosofiche, parlava a perfezione quattro lingue ed era uomo di sterminate letture), insomma nella sua unicità, suggellata da un quasi monacale ritiro nella campagna viterbese – vero esilio nell’esilio –, e dal fatto di avere spesso e audacemente precorso i tempi, come testimonia il ritorno in libreria del suo primo romanzo italiano, Due allegri indiani, uscito per la prima volta nel 1973 presso Adelphi e ora finalmente riproposto con la stessa copertina di allora.

Sfrenatamente comico, di una comicità surreale, demenziale e perfida, il libro è un esercizio di bravura in cui ogni capitolo corrisponde a uno dei trenta numeri di un’immaginaria rivista ippica, Il Maneggio, confezionati da un mestierante che cambia continuamente nome (da Vincenzo Frollo a Fanalino di Coda), in un susseguirsi di testi che sono la parodia di tutti i possibili generi e sottogeneri letterari, ma anche dei vari tipi di scrittura giornalistica e delle trovate di un marketing modesto quanto becero. Col cambiare delle identità dell’autore cambia anche il registro del racconto, che si traveste via via da referto autoptico, da feuilleton, da polpettone sentimentale, da western o romanzo di avventura, sempre accompagnato da un “dietro le quinte” fatto di lamentele, polemiche e contrattazioni, ed è soprattutto uno spietato collage di sketch sugli usi e costumi, letterari e non, di un’esilarante Italietta familistica e opportunista, gonfia di luoghi comuni e frasi fatte, sbranata da una penna che non potrebbe essere più sarcastica e corrosiva.

Un non-romanzo, insomma, privo di un centro e di una trama vera e propria ma composto da frammenti allucinati, parti di un universo esploso che potrebbe espandersi all’infinito, come a testimoniare che il fine ultimo della letteratura è la sua dissoluzione. E del resto il frammento, la disunità, l’instabilità, come la crudeltà e l’osservazione tragicamente divertita dell’orrido e della sua improponibile “bellezza”, sono caratteristici dell’opera di Wilcock e, secondo il critico Reinaldo Laddaga (Literaturas indigenas y placeres bajos, Beatriz Viterbo, 2000), lo inseriscono in una piccola e stravagante famiglia i cui membri sarebbero il cubano Vicente Piñera – anche lui un desterrado che scelse di vivere in un altro paese, l’Argentina – e l’uruguayano Felisberto Hernández. Alla luce delle considerazioni di Laddaga, Due allegri indiani andrebbe letto, allora, non solo come uno spettacolare divertissement, ma come l’aperta irrisione nei confronti di chi pretende di mettere ordine nel caos (che per Wilcock non è l’eccezione, ma la normalità) e amministrarlo. E se la letteratura serve a qualcosa, è a dimostrare quanto questo sforzo sia vano e a prendersene amaramente gioco.

Del resto proprio Il caos si intitola la prima raccolta di racconti che Wilcock scrisse in spagnolo, poi tradotta in italiano da lui stesso per Bompiani che la pubblicò nel 1960, e radicalmente rivista per l’ultima e definitiva edizione Adelphi (Parsifal. I racconti del caos, 1974): un libro assolutamente da ristampare, che potrebbe contribuire, dopo il ritorno di Due allegri indiani e il successo di Il reato di scrivere, breve raccolta di articoli sul mondo letterario (Adelphi 2010, pag. 88), alla riscoperta di un autore che Roberto Bolaño inserì nella sua biblioteca ideale e del quale Ernesto Montequin (traduttore argentino dell’opera di Wilcock, che da anni va raccogliendo materiali per una sua biografia) scrive: “Wilcock è un enigma di cui la letteratura argentina potrebbe vantarsi, se la letteratura italiana non fosse infinitamente più prodiga di enigmi e vanterie”.

 

 

Questo articolo è uscito su Il manifesto nel febbraio 2011