sabato 7 giugno 2014

da leggere: Cristina Rivera Garza


Cristina Rivera Garza


Lo scandalo della differenza

“A volte si ha la convinzione, giustissima per alcuni, che noi lettori ci avviciniamo ai libri solo per passare il tempo o divertirci, ma io mi avvicino ai libri con il desiderio di pensare insieme ad altri. I libri che mi hanno commosso, che hanno segnato la mia vita, sono quelli che mi fanno pensare, nel senso più ampio del termine (…), pensare nel senso di perdersi; pensare nel senso di camminare per una stanza fino a trovare la finestra o a creare una porta”. Così messicana Cristina Rivera Garza. Nome di spicco della più giovane letteratura messicana, parla in un’intervista del suo rapporto con la lettura, che ci aiuta a “costruire un universo insieme a qualcun altro”.

Ma esistono ancora libri che fanno pensare, libri capaci di lasciare tracce profonde e di cambiarci la vita? Certo che esistono, anche se bisogna cercarseli con pazienza, dribblando le classifiche, evitando le muraglie di best seller erette all’ingresso delle librerie,  ignorando la compagnia di giro che frequenta i talk show. E in questo modo, magari, si finisce per incappare in un romanzo come “Nessuno mi vedrà piangere” (Voland), che proprio Cristina Rivera Garza ha scritto nel 1999 e che ora esce in italiano, ottimamente tradotto da Raul Schenardi, per accompagnarci in un viaggio straordinario attraverso la vita, i pensieri e i dolori di due personaggi difficili da dimenticare, il fotografo morfinomane Joaquín Bitrago e la ex prostituta Matilda Burgos, destinati a incontrarsi in due luoghi diversamente consacrati all’esclusione, ossia il manicomio e il bordello.
Scrittrice raffinatissima e intensa che prima di affrontare il romanzo si è dedicata al racconto e alla poesia, la Rivera Garza è nata nel 1964 e, laureata in storia, ha insegnato in diverse università, sia in Messico che negli Stati Uniti. La sua formazione di storica e soprattutto il grande lavoro di ricerca che ha compiuto negli archivi dell’antico e immenso Manicomio General de la Castañeda (voluto dal dittatore Porfirio Díaz, che lo fece edificare a tempo di record da un suo figlio ingegnere) hanno contribuito in modo determinante alla costruzione di un romanzo vasto, tenebroso e labirintico come il complesso di edifici in cui a partire dal 1910 vennero accolti “malati mentali di ogni età e sesso”. Le vicende di Joaquìn e di Matilda si intrecciano infatti con quelle del loro paese, il Messico, che tra la fine del XIX secolo  e i primi decenni del XX si preparava a entrare nella modernità attraverso la lenta sostituzione del neofeudalesimo con la borghesia. Un processo che fece esplodere enormi contraddizioni e finì per consegnare l’esercizio del potere a una nuova classe di privilegiati, non senza scatenare rivolte sanguinose e imporre nuove forme di esclusione che passavano anche attraverso il controllo e la neutralizzazione di corpi e menti ribelli, imprigionati e catalogati secondo una tassonomia della devianza capace di accomunare anarchici e puttane, bambini di strada e vecchi  abbandonati dalla famiglia, alcolizzati e drogati.
E’ alla Castañeda che Joaquín, rampollo diseredato di una ricca famiglia borghese, fotografa i pazienti perchè le loro immagini possano lombrosianamente illustrare i fascicoli in cui vengono descritti sindromi e cure, crisi e progressi. Ed è là che rivede Matilda, della quale ha fotografato molti anni prima la conturbante nudità, esibita nel più elegante bordello della capitale. A partire da quel momento e dalla domanda ironica della donna (“Come si diventa fotografi di matti?”), cui corrisponde quella crudele di Joaquín (“Come si diventa matti?”), le loro storie cominceranno a sfiorarsi attraverso una lunga serie di flash back. Alle illusioni e passioni di Joaquìn, il cui sguardo è costantemente filtrato dall’obiettivo e nelle cui vene scorre più morfina che sangue, si affianca il racconto dell’infanzia miserabile di Matilda impregnata dall’odore dei baccelli di vaniglia, il suo amore per  una militante  anarchica di nome Diamantina che è stata anche la prima amante del giovane fotografo, e infine il suo passaggio da un bordello a un altro, fino all’approdo nel luogo dove la definiranno una “malata docile, che parla molto”.
Così, accostando pazientemente “piccoli, particolari momenti, eventi visibili e oggetti immersi nell’evento totale della storia”, Cristina Rivera Garza riesce a raccontarci storie individuali che finiscono per comporne una assai più vasta e universale. Perchè non solo del Messico ci parla questo romanzo che usa una lingua perfetta e musicale organizzata intorno a immagini bagnate di luce, nitide e rivelatrici come quelle che Joaquín sa restituire attraverso la macchina fotografica. Al di là della Storia e delle storie, “Nessuno mi vedrà piangere” ci parla infatti dell’intollerabile scandalo rappresentato dalla differenza, da qualsiasi tipo di differenza, in seno a una società che fa del controllo e dell’omologazione la sua prima legge, che non ammette diversità di pensiero e di linguaggio (il cozzare costante tra le parole della medicina e quelle della follia, perpetuamente sopraffatte, è superbamente descritto), che separa ed espelle i corpi “disturbanti” dei poveri, dei matti, delle donne, dei vagabondi e, non potendoli cancellare in altro modo, li dichiara malati, pericolosi, perversi.
Mescolando documenti e finzione, convertendo la ricerca d’archivio in racconto, attraversando territori difficili quanto misteriosi, permettendoci a ogni passo di “pensare” ed esibendo una eccezionale capacità fabulatoria, Cristina Rivera Garza ha scritto uno dei più bei romanzi latinoamericani degli ultimi dieci anni. E la sua bravura è oggi confermata da La muerte me da, il suo quarto romanzo pubblicato da Tusquets e strutturato come un thriller che lascia senza fiato e nel quale, si è detto, “neppure chi legge è innocente”. In esso la società contemporanea si misura con la violenza spaventosa della cronaca, destinata a reiterare il delitto ogni volta che torna a raccontarlo e a violare ancora e ancora corpi già mille volte violati, in questo caso quelli di giovani uomini castrati e uccisi, accanto ai quali l’assassino lascia un biglietto con i versi di una poetessa argentina suicida, Alejandra Pizarnik. E anche questa mirabile esplorazione della follia e della morte, del corpo offeso, del linguaggio che lo definisce e dello sguardo che si posa su di esso per negarlo è destinata senza il minimo dubbio  a stregare il lettore.

Questo articolo è uscito su Il Manifesto  nel gennaio del 2008