lunedì 30 giugno 2014

da leggere: Josefina Vicens

 
Josefina Vicens

Il segreto del vuoto

Per molto tempo Josefina Vicens (1911 – 1988) è stata uno dei segreti meglio custoditi della letteratura messicana: autrice come Juan Rulfo di due soli memorabili romanzi e come lui nata in provincia, venne apprezzata da una ristretta cerchia di intellettuali ma per il grande pubblico e per buona parte della critica rimase una sconosciuta, tanto che i suoi libri sono stati per anni introvabili, finché la casa editrice Fondo de Cultura Económica li ha riproposti nel 2006 in un unico volume. Dopo tanta indifferenza, tuttavia, oggi l’esigua opera della Vicens è entrata nel canone dei classici ed è oggetto di studi sempre più assidui, oltre a riscuotere l’interesse dei giovani scrittori messicani e latinoamericani, alcuni dei quali la considerano un punto di riferimento e la citano tra i maestri cui si riconoscono debitori.

giovedì 19 giugno 2014

da leggere: Roberto Arlt

Roberto Arlt

Un gorgo senza fondo

Nel corso della sua breve vita (1900 – 1942), Roberto Artl ha scritto incessantemente, con quella “forza di conservare sino all’ultimo la disponibilità all’incertezza che è condizione essenziale dei capolavori”, riconosciuta in lui da Juan José Saer. Un’opera imponente, inclassificabile e fuori da ogni canone, la sua, alla quale il lettore italiano si è avvicinato soprattutto attraverso i quattro romanzi (L’amore stregone, l’ultimo e il meno noto, è uscito per la prima volta quest’anno presso Intermezzi), mentre restano da tradurre gli innumerevoli racconti – a eccezione dell’ormai introvabile raccolta “Le belve”, la cui ultima edizione è quella di Baroni del 2002 -, i testi teatrali e infine le Aguafuertes porteñas, esempio straordinario di giornalismo narrativo che fortunatamente sta per essere antologizzato dall’editore Del Vecchio. 

domenica 15 giugno 2014

Da leggere: Yuri Herrera

Yuri Herrera

La trasmigrazione dei corpi

Il ricco panorama della letteratura messicana è oggi tra quelli che, accanto ai grandi autori del recente passato, offrono all’editoria internazionale una rosa di nomi specialmente interessanti: scrittori fra i trenta e i quarant’anni ormai lontani da “padri” celebri e ingombranti come Octavio Paz, Carlos Fuentes, Juan Rulfo, eppure più inclini ad accantonarli con tranquilla indifferenza o a ripensarli criticamente, piuttosto che a dileggiarli o a coprirli di insulti come quelli che Roberto Bolaño e i suoi poeti infrarrealistas riservarono a Paz e a Carlos Monsiváis negli anni ’70.

sabato 7 giugno 2014

da leggere: Rodolfo Walsh

Rodolfo Walsh

Walsh per sempre
Grande giornalista, pioniere della crónica - ossia di un genere che affronta l’inchiesta con gli strumenti della narrativa e che in America Latina è intensamente praticato -, traduttore, compilatore di preziose antologie, commediografo, scrittore, direttore di riviste popolari, di agenzie di stampa e di giornali clandestini, crittografo dilettante che nei suoi anni cubani decifrò il dispaccio segreto in cui si annunciava lo sbarco nella Baia dei Porci, montonero catturato con le armi in pugno e trascinato moribondo nelle viscere della ESMA: tutto questo, e molto di più, è stato Rodolfo Walsh, intellettuale multiforme e coerente che ha lasciato un segno profondo e duraturo nella cultura non solo argentina e latinoamericana.

da leggere: Emiliano Monge

Emiliano Monge

Un cielo arido
Nel 2011 la più importante fiera del libro di lingua spagnola, quella di Guadalajara, per festeggiare il suo venticinquesimo anniversario ha scelto e invitato venticinque scrittori – giovani e meno giovani – considerati i più “segreti” dell’America Latina, per collocare finalmente sotto i riflettori opere e nomi non sufficientemente noti o apprezzati. E tra quei venticinque, provenienti da tutto il continente, c’era anche Emiliano Monge, nato a città del Messico nel 1978 e ormai da alcuni anni trapiantato a Barcellona, autore nel 2008 di un libro di racconti, Arrastrar esa sombra (Sexto Piso), e nel 2010 di un romanzo, Morirse de memoria (“Morire di memoria”, La Nuova Frontiera 2012), capaci di meritargli l’apprezzamento di molti critici, compreso il polemico José Agustín (“Se fossi giovane vorrei scrivere così.

da leggere: Daniel Sada

Daniel Sada

Diabolicamente difficile
Non c’è da stupirsi se un maestro come il messicano Daniel Sada (1953 – 2011), autore di una vasta opera narrativa - otto antologie di racconti e undici romanzi - sviluppata nel corso dell’ultimo trentennio, viene tradotto in italiano solo due anni dopo la sua morte, avvenuta a Città del Messico nello stesso giorno in cui gli veniva assegnato il Premio Nacional de Ciencias y Artes. Ormai considerato un classico nel suo paese, immensamente lodato dalla critica latinoamericana e spagnola, come da autori quali Fuentes, Poniatowska, Mutis e Roberto Bolaño (lettore finissimo, quando non si lasciava vincere da antipatie personali o da eccessivi entusiasmi amicali), Sada è infatti uno scrittore impegnativo, molto lontano dal peraltro inesistente gusto medio cui si rifà ormai il mercato editoriale e dalla richiesta di immediata, facile leggibilità che ne consegue; né va sottovalutata la “sfida  titanica” (la definizione è del più esigente tra i critici messicani, Christopher Domínguez Michael) che rappresenta per il traduttore la sua scrittura inconfondibile, basata su una lingua lavoratissima dalla sintassi spesso frammentata, su un vocabolario sovrabbondante in cui neologismi d’invenzione si mescolano a espressioni colloquiali e locali in un colto gioco di rimandi e trasformazioni, e infine sul ritmo e la cadenza della frase, in cui si intravedono gli ottonari dei corridos, della rancheras e della poesia popolare.

da leggere: Mario Vargas Llosa

Mario Vargas Llosa

Due machos anziani

Definitivamente trasformato in un monumento a se stesso dal premio Nobel ricevuto nel 2010, Mario Vargas Llosa ha aperto nell’ottobre del 2013 l’ultimo Congreso Internacional de la Lengua Española, che si è tenuto a Panama: un appuntamento istituzionale e tuttavia attraversato da polemiche a volte aspre sulle sorti di una lingua in continua evoluzione, ricca di varianti nazionali molto diverse per toni, accenti e vocabolario. Oltre a tenere un ovvio discorso di circostanza, lo scrittore peruviano ha presentato nella stessa sede il suo romanzo “L’eroe discreto”, lanciato da Alfaguara e uscito anche in Italia presso Einaudi, che ha in catalogo l’intera opera di Vargas Llosa. E forse non c’era sede più adatta di un congresso dove el español de América fa la parte del leone, per presentare un testo in cui l’autore abbandona la lingua relativamente neutra degli ultimi anni per tornare a un’abbondanza di peruanismi che Federica Niola, cui si deve la bella e attenta traduzione, ha riunito in un glossario finale. 

da leggere: Julio Cortázar

Julio Cortázar 

Una città corrotta e inesplicabile
“Il mobile degli inediti è un armadio alto più di un metro e pieno di cassetti. Una specie di mobile di plastica, gonfio di carte”. Così Mario Muchnik, leggendario editore nato a Buenos Aires ma trapiantato giovanissimo in Europa, descrive l’archivio “disordinatamente ordinato” in cui il suo amico Cortázar conservava inediti, lettere, abbozzi, quaderni che hanno permesso alla sua opera di continuare a crescere, di sovvertire le cronologie consolidate, e in un certo senso di “autoriscriversi” alla luce del lavoro fatto dai curatori e dall’erede Aurora Bernárdez.

da leggere: Lina Meruane

Lina Meruane


Lo schermo buio della cecità

E’ curioso che nella delegazione cilena invitata al Salone del Libro di Torino del 2013  siano così poco rappresentate le nuove leve, ovvero gli scrittori nati negli ultimi anni della dittatura o dopo la sua fine: eppure è proprio a loro, non ci sono dubbi,  che si deve la attuale ed eterogenea vivacità del panorama letterario cileno. Molti non sono ancora noti al pubblico italiano e forse non lo saranno mai, anche se alcuni devono ancora crescere e altri sono da tempo "diventati grandi”, come Carlos Labbé, Alvaro Bisama, Rafael Gumucio, Andrea Jeftanovic, Claudia Apablaza, María José Viera-Gallo; altri ancora sono apparsi o stanno per apparire in italiano, come  Alejandro Zambra che, già edito da Neri Pozza ("Bonsai", 2007), oggi passa a Mondadori con un bel romanzo di squisita brevità, “Modi di tornare a casa”, che intreccia sussulti e scosse del terremoto recente a una memoria inizialmente criptica e allusiva, e poi sempre più nitida, degli anni della dittatura, o come Lina Meruane, ormai da molti anni residente a New York dove insegna all'Università, e ora proposta da La Nuova Frontiera nella traduzione di Luca Mariotti.

da leggere: Diamela Eltit

Diamela Eltit


Resistere alle imposizioni del mercato

Doveva esserci anche lei, Diamela Eltit, alla presentazione del suo romanzo al Salone  del Libro di Torino del 2013, ma ha preferito non fare parte della delegazione ufficiale cilena per mantenere una salutare distanza dall’attuale governo di destra, che, dice, “nonostante sia democratico è percorso da segni, tracce, conseguenze della passata dittatura. Come abitante dell’inxilio (cioè l’esilio interiore) di quegli anni, ho un rapporto traumatico e irreversibile con quel periodo e non posso smettere di evocare l’adesione della destra cilena al periodo storico più distruttivo del XX secolo. Ho assistito in qualità di membro della delegazione cilena alla Fiera del Libro di Guadalajara del 2011 ed è stato un errore da parte mia, imbarazzante e per me dannoso. Nel corso di quel viaggio ho capito i miei limiti e le limitazioni della memoria. Ma io scrivo libri e i miei libri non hanno bisogno di me, hanno bisogno degli altri, in quell’incontro casuale che distingue la lettura.” Ed è proprio attraverso la prima traduzione italiana di un suo romanzo, “Imposta alla carne” (Atmosphere) che possiamo ora conoscere questa scrittrice e saggista nata a Santiago nel 1949, poco nota fuori dal suo paese ma considerata da molti di importanza capitale per la letteratura latinoamericana contemporanea. 

da leggere: Patricio Pron

Patricio Pron


Lo spirito dei miei padri si innalza nella pioggia

Un’infanzia trascorsa all’ombra della dittatura, un’adolescenza che ha coinciso con la falsa euforia del menemismo, un volontario sradicamento che lo ha portato giovanissimo in Germania, dove si è laureato in filologia romanza all’università di Gottinga, e infine l’approdo a Madrid dove collabora a riviste culturali, traduce e scrive: questa, in breve, la storia di Patricio Pron, nato a Rosario nel 1975 e considerato uno degli scrittori più interessanti della sua generazione, tanto in Europa che in America latina. Già proposto ai lettori inglesi da Faber& Faber, a quelli francesi da Flammarion e agli americani da Knopf, Pron è un autore precoce e prolifico, che dal 1998 a oggi ha prodotto quattro antologie di racconti (l’ultima, La vida interior de las plantas de interior è uscita presso la Random House Mondadori, il suo editore in lingua spagnola) e cinque romanzi che, titolo dopo titolo, sembrano scandire le tappe di una sicura maturazione, pienamente espressa in almeno tre opere di indiscutibile valore.

da leggere: Osvaldo Lamborghini

Osvaldo Lamborghini

Un classico segreto

Appena uscito per le edizioni Scheiwiller e affidato alla cura di Massimo Rizzante, cui si devono tanto la traduzione quanto  il saggio introduttivo,“Il ritorno di Hartz e altre poesie” (pag. 208) è, per i lettori italiani, la prima occasione di confrontarsi con l’opera di Osvaldo Lamborghini, scrittore argentino di enorme importanza che da noi, tuttavia, quasi nessuno conosce. Un’ignoranza, scrive Rizzante, della quale non dobbiamo sentirci colpevoli, perché “Lamborghini è un maestro, anzi un classico segreto, anche in patria”. Il che vale indubbiamente per quel pubblico che, in Argentina come dovunque, sceglie le sue letture esclusivamente fra le attrazioni proposte dal luna-park dei best-sellers; ai lettori argentini appena più sofisticati, che non è indispensabile cercare nelle stanze dell’Accademia o delle riviste letterarie d’ogni ordine e grado, il nome di Lamborghini è ormai familiare, e non solo perché César Aira, suo grande estimatore e amico, ha curato l’edizione di tutte le sue opere, appoggiato dall’entusiasmo di lettori d’eccezione come Rodolfo Fogwill, Héctor Libertella e Arturo Carrera.

da leggere: Eduardo Ladislao Holmberg

Eduardo Ladislao Holmberg 


OSSA RIVELATRICI

Due scheletri abbandonati e senza nome, che, oltre ad appartenere a giovani maschi della medesima età e struttura fisica, hanno in comune una stranezza: a entrambi manca una costola, quella posta immediatamente davanti al cuore. Una coincidenza troppo singolare perché colui che l’ha notata (uno scienziato e intellettuale dalla poliedrica curiosità) non fiuti odore di delitto e cominci ad accumulare indizi che lo porteranno alla scoperta di una terza vittima, la cui tipologia coincide con quella delle prime due. E finalmente, con l’aiuto di un collega che provvederà a una attenta  “lettura” delle ossa, l’insolito detective riuscirà a scovare il serial killer del quale ha seguito la pista attraverso tutta la città, raccogliendo infinitesimali brandelli di prove (un pezzetto di carta, una traccia di profumo) e confidando nella “applicazione dei principi generali della medicina legale, che è una vera e propria scienza”.

da leggere: Juan José Saer

Juan José Saer


A volte terribile, sempre compassionevole

“Il canone del Boom” : questo il titolo dell’imponente convegno che si è tenuto in otto università spagnole dal 5 al 10 novembre 2012 per analizzare e celebrare il cinquantenario del cosiddetto Boom latinoamericano, fenomeno ancora oggi discusso e controverso al quale si è deciso di assegnare come anno di nascita il 1962. Una data opinabile e in certa misura arbitraria, ma comunque quella in cui apparvero sei romanzi fondamentali, da ”Aura” e “La morte di Artemio Cruz“ di Carlos Fuentes a “La città e i cani” di Vargas Llosa, “Storie di cronopios e di  famas” di Cortázar, “La mala ora” e “I funerali della Mamá Grande“ di García Márquez. Autori e titoli che sarebbero diventati celebri e che figurano tra quelli scelti dal critico e scrittore cileno-argentino Luis Harss per il suo Los nuestros (1966), testo canonico che ritrae dal vivo dieci protagonisti del Boom ed è stato riproposto da Alfaguara. Interpellato da critici e lettori in occasione della nuova edizione, Harss ha espresso un certo rimpianto per non avere incluso altri autori nei suoi saggi-intervista, a volte perché, come Cabrera Infante e Lezama Lima, quando Los nuestros uscì non avevano ancora pubblicato le loro opere principali, e a volte perché non li conosceva, come nel caso di Juan José Saer, nato nel 1937 a Serodino, vicino a Santa Fé (i suoi genitori erano immigrati siriani di religione cristiana), che negli anni ’60 “ancora non si faceva notare”.

da leggere: Carlos Busqued


Carlos Busqued


Sotto questo sole tremendo

Jorge Herralde, fondatore e direttore della casa editrice spagnola Anagrama, è da sempre attentissimo alla letteratura latinoamericana: non a caso è stato lui a lanciare Roberto Bolaño e nel suo catalogo figurano i nomi di César Aira, Mario Bellatìn, Ricardo Piglia, oltre a quelli di giovani scrittori che rappresentano il futuro letterario del subcontinente americano. Una prova della sua capacità di non tirarsi indietro di fronte a scelte che possono apparire audaci, se non azzardate? Nel 2008, tra i tanti manoscritti arrivati da tutto il mondo di lingua spagnola per partecipare al premio cui ha dato il suo nome (vincerlo è una vera e propria consacrazione), Herralde ha individuato quello di un esordiente del tutto sconosciuto anche nel suo paese di origine, l’Argentina.

da leggere: Borges e Bioy Casares

   
         Jorge Luis Borges                               Adolfo Bioy Casares


Gli italiani? “Gentaglia senza il minimo rispetto”.

L’idea era venuta ad Adolfo Bioy Casares nell’inverno del 1944, mentre era a letto per un’influenza: perché non proporre ai lettori argentini una serie di polizieschi accuratamente scelti, ben tradotti e confezionati con eleganza? Fu così che, l’anno seguente, nacque El septimo circulo, famosa collana della Emecé che Borges e Bioy Casares diressero per una decina di anni, curandola fin nei minimi dettagli.

da leggere: Diego Zúñiga


Diego Zúñiga

Nel deserto di Atacama

Una nebbia generata dall’anticiclone del Pacifico, che forma grandi banchi compatti e si disperde solo con il calore del mezzogiorno: questa è la camanchaca, che in anni recenti i cileni stanno cercando di utilizzare come risorsa idrica grazie a torri “acchiappanebbia” simili a surreali trivelle rivolte verso il cielo. Ma Camanchaca è anche il primo romanzo del cileno Diego Zúñiga, che, pubblicato in lingua originale nel 2009, appare oggi per la Caravan Edizioni, cui dobbiamo la scelta audace e opportuna di un autore sconosciuto ma promettente, nonché un bel titolo italiano per sostituirne uno intraducibile (“Passeremo per il deserto”), un’ottima grafica e una straniante copertina in cui una balena si alza in volo su un deserto montagnoso.

da leggere: Alberto Fuguet

Alberto Fuguet


“Missing”, storia di  un uomo perduto

Capita di rado che un libro riceva critiche positivamente unanimi, appassionate e, in qualche caso, felicemente stupite, com’è accaduto per Missing. Una investigación del cileno Alberto Fuguet (“Missing. Una ricerca”, La Nuova Frontiera), approdato anche nelle librerie italiane nella bella traduzione di Chiara Muzzi, a tre anni dalla sua prima uscita in lingua originale. Ignacio Echeverría, uno dei più autorevoli e temuti critici della Spagna contemporanea, l’ha collocato tra i cento romanzi in lingua spagnola scritti tra il 1950 e il 2010 che bisogna assolutamente leggere (Los libros esenciales de la literatura en español, Editorial Lunwerg 2011), Vargas Llosa l’ha elogiato sui quotidiani di due continenti, i critici e scrittori cileni Álvaro Bisama e Rafael Gumucio lo hanno lodato, mentre Fogwill, geniale scrittore argentino morto l’anno scorso e critico severo, gli ha riservato parole entusiaste. E perfino l’aggressiva, irridente rivista cilena The Clinic ha definito Missing  “il romanzo dell’anno… Un libro redentore, fresco e maturo”.

da leggere: Pacheco e Villalobos


                              José Emilio Pacheco                       Juan Pablo Villalobos   
               

Messico mobile, Messico immobile

Che lo stato di salute della letteratura messicana sia eccellente lo dicono in molti, e confermare questo stato di grazia, che non data certo da oggi, due editori italiani pubblicano contemporaneamente i romanzi brevi e bellissimi di due autori appartenenti a generazioni diverse, che hanno scelto protagonisti alle soglie dell’adolescenza per raccontare non solo il passaggio dall'infanzia all'età adulta, ma anche le trasformazioni  profonde del loro paese. L'apparizione di uno dei due romanzi rimedia, sia pure in parte, all’ultradecennale disattenzione della nostra editoria nei confronti di José Emilio Pacheco che, nato nel 1939 a Città del Messico, è allo stesso tempo un maestro del racconto, un grande traduttore e saggista, un famoso giornalista culturale e infine uno dei più importanti poeti contemporanei di lingua spagnola, cui sono stati assegnati un numero infinito di premi (nel 2009 ha ottenuto sia il Premio Reina Sofía de Poesía Iberoamericana che il Cervantes). Fino a oggi si conoscevano solo tre traduzioni italiane delle sue opere: “Gli occhi dei pesci” un’antologia di poesie curata da Stefano Bernardinelli (Medusa 2006), la raccolta di racconti “Il principio del piacere” (Giunti 1995) e il romanzo “Battaglie nel deserto” (Giunti 1993). Ed è stato appunto quest’ultimo - rivisto e modificato dall’autore -  a venire ripreso da La Nuova Frontiera nella traduzione di Pino Cacucci: un libro che dalla sua prima uscita, nel 1981, non ha mai smesso di essere ristampato, e che nel 1987 è diventato un film con la sceneggiatura di uno scrittore illustre come Vicente Leñero.

da leggere: Valeria Luiselli

Valeria Luiselli




Una storia di fantasmi( oppure no).

Valeria Luiselli è messicana, non ha ancora trent’anni, è cresciuta in giro per il mondo al seguito di un padre diplomatico e vive oggi a New York, dove Granta Books ha pubblicato col titolo di Faces in the grow il suo romanzo d’esordio, Los ingravidos, uscito in Messico nel 2011 presso Sexto Piso e tradotto anche in Italia grazie a La Nuova Frontiera (“Volti nella Folla”). Accompagnata in copertina dalle brevi raccomandazioni di Enrique Vila-Matas e di Francisco Goldmann – romanziere e saggista tradotto anche in Italia, fondamentale tramite tra le culture del Nord e del Sud America, nonché collaboratore storico del New Yorker e del New York Times e artefice del successo di Bolaño negli USA, visto che fu lui a suggerirne il nome alla casa editrice New Directions –, la Luiselli appartiene a quella che il critico Álvaro Enrigue ha definito, sulla rivista Chilango, la Generación Atari, cedendo alla comoda usanza di riunire sotto un’etichetta generazionale autori diversissimi fra loro come Daniela Tarazona, Brenda Lozano, Rafael Lemus o Emiliano Monge.

da leggere: Roncagliolo e Alarcón

  
 
               Santiago Roncagliolo                                 Daniel Alarcón


Una terribile normalità

Santiago Roncagliolo (1975) e Daniel Alarcón (1977) hanno più o meno la stessa età, sono nati a Lima verso la metà degli anni’70, vivono da molto tempo lontani dal loro paese d’origine, scrivono romanzi e racconti tradotti in mezzo mondo e hanno affrontato più di una volta il tema della violenza politica e della guerra sporca combattuta durante la loro adolescenza tra l’esercito di Fujimori e  i militanti di Sendero Luminoso: una tragedia che è costata al Perù oltre settantamila morti. 

da leggere: Ricardo Romero


Ricardo Romero


Tourette per tre

“La letteratura poliziesca argentina – quella di Jorge Luis Borges, di Roberto Arlt e di Rodolfo Walsh – si meritava una collana di romanzi in cui si uccida e si faccia giustizia usando esclusivamente sangue nazionale.”  Con queste parole Juan Sasturain - scrittore,  giornalista, sceneggiatore di fumetti e direttore della celebre rivista di comic Fierro - ha presentato nel 2008  Negro Absoluto (Ediciones Aquilina), collana dedicata a gialli e noir rigorosamente ambientati a Buenos Aires. Una scelta editoriale, la sua, che intende far rivivere la grande tradizione della novela negra locale, ma tenendo presente l’invito del romanziere e critico Carlos Gamerro a cercare strade narrative diverse da quelle tradizionali, in un paese dove l’ultima  dittatura militare ha reso insostenibile e improbabile la finzione “criminale”, superata mille volte dalla realtà.
Dopo qualche anno di vita, il bilancio di Negro Absoluto sembra piuttosto buono grazie ad autori interessanti, a romanzi piacevoli e ad almeno un’autentica rivelazione, come scopriranno i lettori abbastanza curiosi da immergersi nella Buenos Aires di Ricardo Romero (“La sindrome di Rasputin”, Sellerio), nato nel 1976, che, oltre ad assistere Sasturain nella direzione della collana, va scrivendo una entusiasmante trilogia “nera” il cui primo volume è stato ottimamente tradotto da Maria Nicola, mentre il secondo (“Los bailarines del fin del mundo”) è uscito da non molto in lingua originale.

da leggere: Iosi Havilio

Iosi Havilio


Una quieta introversione

“Non credo esista un modello generazionale che contenga i giovani scrittori latinoamericani. E’ un’etichetta editoriale o mediatica. Ma credo che questo sia un momento in cui esiste una molteplicità di voci, con una produzione abbastanza prolifica, in cui non si condividono né estetiche né ideologie né programmi letterari di nessun tipo”. Ecco come risponde Iosi Havilio, scrittore argentino nato nel 1974, a chi gli chiede cosa abbiano in comune gli autori che appartengono alla nuova Generación Latinoamerica. E non potrebbe avere più ragione: a connotare i giovani in questione è infatti l’eterogeneità delle scritture, dei temi e dei punti di riferimento, insieme alla decisione di affermare la propria singolarità e al rifiuto di qualsiasi categorizzazione puramente anagrafica. Come e più degli altri, Havilio, che con due soli romanzi ha conquistato critici severi come Beatriz Sarlo e scrittori come Fogwill ed è stato prontamente tradotto in vari paesi, sfugge a ogni tentativo di classificazione e si propone immediatamente come autore maturo e senza incertezze grazie a un’opera “esteticamente interessante” e di una “quieta introversione” (così la definisce la Sarlo), lontana dalla pura e semplice correttezza tecnica garantita dalle scuole e dai laboratori di scrittura, in Argentina ancor più numerosi che da noi.

da leggere: Carmen Martin Gaite

Carmen Martin Gaite



Le libere bambine di Manhattan

The trials and tribulations of Little Red Riding Hood (Routledge, 1993) è il titolo di una corposa antologia curata da Jack Zipes, germanista illustre e grande studioso della fiaba popolare, che ha riunito in un unico volume dozzine di differenti "Cappuccetto Rosso", fiaba nota soprattutto grazie alle versioni dei fratelli Grimm e di Charles Perrault, ma della quale esistono infinite varianti, raccolte dai folkloristi tanto all’interno di una medesima nazione quanto in luoghi lontanissimi tra loro. Le storie che Zipes commenta nel suo saggio di apertura, però, sono quasi tutte d’autore, e cioè rielaborate da scrittori più o meno noti, da Alphonse Daudet a Walter de la Mare, dal francese Pierre Cami all’inglese Angela Carter, dalla poetessa Anne Sexton all’umorista James Thurber, fino a famosi autori contemporanei per l’infanzia come Tomi Ungerer, Gianni Rodari o Tony Ross. 

da leggere: Yuri Herrera

Yuri Herrera


Di artisti, narcos e re 

México lindo. Libreria dell’aeroporto. Titoli in prima fila, da sinistra a destra: “Storie di impunità”; “I complici del presidente”; “Paese di menzogne”; “La sfida di Calderón e la nuova mappa del narcotraffico”; “Le storie nere del narco, impunità e corruzione in Messico”; “Cronache di sangue”; “Gli stregoni del potere”, e un esplosivo eccetera. Si direbbe che ci sia più entusiasmo che indignazione verso i crimini, gli scandali e le catastrofi. Non so se questa bibliografia denuncia un commercio o ne fonda un altro”.Di passaggio a Città del Messico, lo scrittore argentino Andrés Neuman registra questa rapida impressione nella cronaca di viaggio Como viajar sin ver (Alfaguara 2010), e il suo colpo d’occhio sembra confermare quanto lamentano alcuni scrittori e critici messicani, tra i quali Rafael Lemus e Jorge Volpi: dagli anni ’90 in poi, come osserva il romanziere Hermann Bellinghausen, attorno al narcotraffico è nata una vasta produzione editoriale composta da “opere letterarie ma non proprio, giornalistiche ma non proprio, analitiche ma non proprio”, insomma una narcoliteratura che secondo i suoi detrattori rischia di configurarsi come un genere redditizio e alla moda, ripetitivo e frettoloso.

da leggere: Rodolfo Enrique Fogwill

 
Rodolfo Enrique Fogwill 



La guerra come racconto


Si chiamava Rodolfo Enrique Fogwill (Quique, diminutivo infantile, per gli amici più stretti), ma a un certo punto della sua vita  e precisamente nel 1985, quando pubblicò Pajaros de la cabeza, settimo dei suoi ventidue libri, diventò Fogwill e basta. Da raffinatissimo editore  qual’era, aveva deciso che i suoi nomi di battesimo rovinavano l’equilibrio della copertina: e da quel momento il suo cognome diventò non solo una firma, ma un marchio di fabbrica. 

da leggere: César Aira

César Aira

Il Duchamp della letteratura latinoamericana

Non si può dire che César Aira sia uno sconosciuto, per l’editoria italiana. Nel 1991, infatti, Bollati Boringhieri ha presentato uno dei suoi testi più famosi, “Ema, la prigioniera”, mentre nel 2006  Feltrinelli si è azzardata a pubblicare “Il Mago”, seguito l’anno dopo dal più che bizzarro “Come divenni monaca”. Ma tre soli titoli in vent’anni, e per di più passati sotto silenzio, rischiavano di essere un pessimo biglietto da visita per future traduzioni nella nostra lingua… e invece no, per fortuna Aira è di nuovo fra noi con un romanzo irresistibile (“I Fantasmi”, Sur, traduzione di Raul Schenardi) che racconta di un lussuoso palazzo in costruzione popolato di spettri visibili solo a imbianchini e muratori, e disposti a invitare al loro veglione di capodanno soltanto una ragazzina “troppo frivola” per vivere a lungo. Un testo, tra l’altro, accompagnato dal viatico entusiasta del New York Times che l’ha recensito nel 2009, definendo l’autore “il Duchamp della letteratura latinoamericana.” E del resto non è su di lui, lentamente raggiunto dal successo dopo anni di serena oscurità, che scommette oggi New Directions, la casa editrice che ha portato negli USA Roberto Bolaño?

da leggere: Martín Caparrós


Martín Caparrós



Non è un cambio di stagione


Imponente, cordiale e con ottocenteschi baffi a manubrio che sono  quasi un marchio di fabbrica, Martín Caparrós è un intellettuale a tutto tondo, un romanziere-giornalista-saggista-storico nato a Buenos Aires nel 1957, notissimo nel suo paese per via di una attività instancabile, di una vis polemica mai fine a sé stessa e che forse sarebbe più esatto chiamare passione, e della capacità di comporre, libro dopo libro, un ritratto del proprio paese allo stesso tempo attendibile e privo di compiacenza. Un paese in cui ha debuttato giovanissimo nel giornalismo, lavorando a Noticias insieme a Rodolfo Walsh, che ha dovuto lasciare durante gli anni della dittatura per trasferirsi prima in Francia (dove si è laureato in storia alla Sorbona) e poi in Spagna, e dove è tornato definitivamente da oltre un ventennio, portando con sé un notevole e multiforme bagaglio di esperienze editoriali.

da leggere: Yuri Herrera

Yuri Herrera


Una discesa agli inferi

Tagliata per lunghi tratti da una colossale struttura metallica che divide in due terreni, fattorie e cortili (il muro voluto da Bush nel 2006), la striscia di terra fra Stati Uniti e Messico è uno spazio dove “pieno” e “vuoto” si alternano: sin troppo affollato quando le città si toccano e si confondono - Tijuana e San Diego,  Juarez ed El Paso - , e apparentemente deserto là dove distese di rocce e polvere consentono di contrabbandare uomini e merci, in un enorme va-e-vieni che possiede l’invincibile costanza della risacca. Ma la Frontiera è anche, ha scritto qualcuno, uno dei territori “postmoderni” del pianeta, un luogo  dove tutto si contamina, muta e si frammenta.